
Ho chiesto a Gemini, una IA che prende meno allucinazioni delle altre, cosa Giorgia Meloni non ha fatto al governo di quanto aveva promesso e la risposta è stata questa:
Blocco navale: Durante la campagna elettorale era stato annunciato un “blocco navale” nel Mediterraneo per fermare le partenze dei migranti dal Nord Africa. Giunta al governo, l’ipotesi è stata abbandonata in favore della cooperazione internazionale (come il Piano Mattei) e degli accordi bilaterali con Paesi di transito come Tunisia e Albania.
Taglio o abolizione delle accise sui carburanti: Per anni promossa come battaglia storica contro i rincari del prezzo della benzina, la misura non è stata attuata; al contrario, le accise sul gasolio sono state oggetto di rimodulazioni al rialzo per esigenze di bilancio pubblico.
Abolizione della Legge Fornero e Quota 41: In campagna elettorale si era promesso il superamento definitivo della riforma delle pensioni del 2011; i requisiti di accesso alla pensione sono stati invece stretti ulteriormente nel corso delle manovre finanziarie (con l’introduzione di Quota 103 modificata e il mantenimento dei requisiti di età).
Cancellazione o drastico taglio del POS e del tetto al contante: Inizialmente il governo aveva proposto l’abolizione delle sanzioni per gli esercenti che rifiutavano pagamenti con carte sotto i 60 euro, opzione poi ritirata su pressione della Commissione Europea.
Tassazione sugli “extraprofitti” bancari: Nel 2023 era stata annunciata una tassa straordinaria sugli extraprofitti delle banche, la quale è stata poi modificata permettendo agli istituti di credito di destinare tali somme a riserva patrimoniale anziché versarle direttamente nelle casse dello Stato.
Ho poi chiesto cosa invece la premier ha realizzato e Gemini mi ha risposto così:
Fisco e Redditi
Riforma delle aliquote IRPEF: Accorpamento dei primi due scaglioni (riducendo le aliquote da 4 a 3) al 23% fino a 28.000 euro, mantenuto e stabilizzato nel corso delle successive manovre finanziarie.
Taglio del cuneo fiscale e contributivo: Applicazione e proroga dei tagli contributivi sul costo del lavoro a beneficio dei redditi medio-bassi per incrementare le retribuzioni nette in busta paga.
Estensione della Flat Tax autonomi: Innalzamento del tetto massimo di ricavi a 85.000 euro per l’accesso al regime forfettario al 15% per i lavoratori autonomi e le Partite IVA.
Politiche Sociali, Lavoro e Famiglia
Abolizione del Reddito di Cittadinanza: Sostituzione della misura di sostegno con due strumenti distinti: l’Assegno di Inclusione (destinato a famiglie con minori, anziani o disabili) e il Supporto per la Formazione e il Lavoro (per i soggetti occupabili).
Misure per la natalità e la famiglia: Potenziamento dell’Assegno Unico per i figli, estensione dei congedi parentali retribuiti, introduzione di sgravi contributivi per le madri lavoratrici e avvio della carta “Dedicata a te” per le famiglie con redditi bassi.
Incentivi alle assunzioni: Introduzione della cosiddetta “super-deduzione” fiscale al 120% (o 130% per categorie tutelate) sul costo del lavoro per le aziende che assumono a tempo indeterminato.
Immigrazione e Politica Estera
Accordo Italia-Albania: Costruzione e operatività dei centri di permanenza per il rimpatrio e la gestione delle procedure di frontiera in territorio albanese per la gestione delle domande di asilo.
Piano Mattei per l’Africa: Avvio del piano strategico volto a promuovere investimenti e cooperazione allo sviluppo con i Paesi del continente africano per contrastare alla radice l’emigrazione irregolare.
Decreto Cutro: Inasprimento delle pene per i trafficanti di esseri umani e revisione delle norme sulla protezione speciale.
Giustizia, Sicurezza e Istituzioni
Riforma della Giustizia (Ddl Nordio): Abolizione del reato di abuso d’ufficio, rimodulazione del reato di traffico di influenze illecite e inasprimento delle limitazioni sulla pubblicazione e intercettazione telefonica.
Avvio delle riforme costituzionali: Approvazione in sede governativa e avvio dell’iter parlamentare per l’introduzione dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio (“Premierato”) e per la separazione delle carriere dei magistrati.
Norme su sicurezza e ordine pubblico: Introduzione di nuovi reati specifici, tra cui il reato relativo all’organizzazione di raduni non autorizzati (“anti-rave”), l’inasprimento delle sanzioni per l’occupazione abusiva di immobili e l’introduzione del “Decreto Caivano” sulla delinquenza giovanile.
Solo due punti, Decreto Caivano e Anti-rave, non figuravano nel programma. Per il resto la premier ha mantenuto le promesse fatte, ma quelle mancate sono tali da poterle fare perdere le prossime elezioni, già peraltro compromesse dall’esito del referendum sulla magistratura.
Meloni ha sperimentato sulla propria identità di leader prima dell’opposizione e poi della maggioranza di governo la grande differenza che passa tra l’una e l’altra condizione. Trova dunque piena applicazione nel suo caso la teoria di Maurice Merleau-Ponty secondo cui “quando un movimento diventa istituzione esso si tradisce, si sfigura”. Secondo il filosofo francese esistenzialista le rivoluzioni, al pari delle innovazioni politiche promesse “non possono mai, come regime istituito, essere ciò che erano prima come movimento”.
Giorgia Meloni si è guadagnata i gradi, la popolarità e il consenso elettorale grazie a un’accanita posizione oltranzista che l’ha fatta apparire non solo la migliore bocca della verità ma la fustigatrice più severa e integerrima della mala politica e del cattivo governo. Quando è però toccato a lei giurare nelle mani del capo dello Stato, ha via via capito che è facile fare l’allenatore della Nazionale di calcio dalla poltrona ma molto difficile provarci dalla panchina.
Oggi che i social rilanciano le sue bordate d’antan contro i governi di turno e in riga del tempo, le sue gag sulle accise da abbattere, le sfuriate alla Camera contro i folli al governo, le risate crasse sulle malefatte degli altri, ci si rende conto che un movimento mutato in partito, una rivoluzione che diventa istituzione (basti pensare a quella di Lenin che da bolscevico fautore della dittatura del proletariato e della nazionalizzazione statale divenne artefice del più reazionario libero mercato), non è più movimento ma non è nemmeno partito perché manca di ideologia, di storia e di memoria.
Queste presenze ibride sono destinate a collassare, come è stato per la Rete di Orlando, Italia dei valori, Scelta civica di Monti e come sarà prima o poi per Noi Moderati, Azione, Italia Viva, tutti nipotini di Uomo Qualunque, la meteora, qualunquista, che ha segnato la strada.
Anche Cinquestelle paga il prezzo della mancanza di background, così come la Lega di Salvini. I partiti pragmatisti sono stelle nane destinate a spegnersi ancor più se si identificano con un leader. Conte, che urla al governo di andare a casa perché è arrivato il suo momento di governare, ma che dimentica di essere già stato dall’altra parte dell’emiciclo e di essere stato mandato malamente a casa, è il primo della classe dei trovatelli che la politica italiana ha letteralmente raccolto dalla strada ed eretto a numi tutelari ed eroi popolari.
Quelli che nel tempo sono destinati a durare e a riprendersi gli spazi persi sono i partiti che hanno un pingue album di famiglia. Il problema è che non ce ne sono. Così, mentre il Paese vive nel ricordo e nel rimpianto dei partiti della Prima repubblica, tutti colmi di carichi ideologici che ne facevano fortezze riconoscibili e infungibili, i movimenti-partiti venuti dopo e oggi sulla scena sembrano carrozze sulle quali salire da un lato e scendere dall’altro.
La storia dei loro capintesta dice tutto: Meloni, Salvini, Di Maio, Grillo, Conte, Schlein, Fratoianni, Crosetto, Tajani, Renzi, Calenda, il fior fiore della nostra politica, non sono che funghi spuntati dal nulla. Nessuno di loro può dirsi statista alla maniera di Moro, Andreotti, La Malfa, Craxi, De Gasperi. L’ultimo è stato forse Prodi. Per modo che sugli avventizi attuali vale il video che circola sui social di un calabrese che chiama Palazzo Chigi per parlare con la Meloni e proporsi come ministro essendo un esperto contadino. Il centralinista se la ride e l’uomo gli fa una domanda che non può avere risposta: “Ma se Luigi Di Maio che vendeva bibite allo stadio è diventato vicepresidente del Consiglio perché io no che so come si zappa la terra?”.
