
Articolo uscito su Libero il 5 giugno
Rispondendo su Libero alla domanda se la tendenza ad attualizzare le tragedie classiche non si traduca in un loro tradimento, il catalano Alex Ollè (regista iper-performativo de I Persiani, in scena prima a Siracusa e poi a Pompei) ha detto che «il vero tradimento consiste nel trasformare il classico in un reperto museale incapace di dialogare con il presente». Ma un testo classico non dovrebbe parlare di sé piuttosto che ai posteri? Non si va in un teatro greco per sentire lo spirito ateniese anziché per capire quanto esso duri nel tempo?
Nel 2002 lo scrittore Turi Vasile, allora presidente dell’Inda di Siracusa, principale artefice della voga all’attualizzazione spinta fino al postmoderno, pensò di imporre il rispetto quanto più rigoroso dei testi antichi e del teatro ateniese, ma non trovò un solo regista disposto a seguirlo. Il regista vuole sempre firmare l’opera, sicché oggi non c’è testo classico che non venga messo in scena in maniera diversa e distorsiva.
Spara a zero il grecista Giulio Guidorizzi, massima autorità in campo: “Il problema è dato dal cattivo gusto di molti registi, nonché dal loro narcisismo e dall’ignoranza a volte davvero crassa. Totale è l’indifferenza verso la grandezza del passato, convinti come sono di essere dei grandi del presente. Il testo è trascurato, come se fosse quasi un impaccio. “C’è un problema di drammaturgia?” si dicono. “Ignoriamolo o buttiamolo sugli effetti speciali”».
Effetti speciali come quelli che Dario De Luca introdusse in un improbabile Aiace in Calabria dove l’eroe greco, nei panni di un boss cacciato dalla cosca, si uccide con un colpo di pistola quando in Sofocle il cugino di Achille si lancia sulla spada di Ettore, compiendo un gesto gravido di significati propri della cultura antica. Effetti speciali come quelli di Ronconi che nel 2002 trasfigurò i personaggi nelle sembianze di politici del momento, suscitando le sacrosante ire di Micciché. Mitragliatrici e carri armati nell’orchestra, attori vestiti da nazisti, teleschermi giganti, semafori e strisce pedonali: nel nome della libertà artistica – una vera licenza – e nel credo dell’attualizzazione, i registi hanno finito, chi più chi meno, per rifare il teatro classico in una nuova pasta.
«Il teatro antico era teatro dell’attore» incalza Guidorizzi «e di grandi attori ha oggi bisogno, se ce ne sono ancora: attori ad esempio che osino opporsi alle ideuzze del regista. Purtroppo ho avuto modo di sperimentare quanto la Lisistrata affidata alla regia di un noto comico sia stata trasformata in teatrino da avanspettacolo. Probabilmente il “regista” aveva letto in tram il testo e l’ha trasformato in un repertorio di luoghi comuni. Io avevo tradotto quel testo e non mi ci sono riconosciuto affatto».
Spiega Marina Valensise, consigliere delegato dell’Inda, dicendo un’amara verità: «La messa in scena dei drammi antichi risponde necessariamente alla libertà di lettura e all’interpretazione del regista che l’Inda come committente ha il dovere di rispettare se vuole godere del contributo di grandi artisti di fama internazionale». Praticamente una resa senza alternative. Il risultato, quanto proprio alle ultime stagioni dell’Inda, è stato un aumento del pubblico pari però a un crescente scontento per le troppe e smodate innovazioni.
Giusto Picone, latinista di rango internazionale, dice che «sebbene ci manchino troppi elementi, a partire da musica e danza, per non parlare degli aspetti rituali e sacrali, perché si possa ritenere che una rappresentazione odierna riproduca fedelmente l’originale, non si può negare che la messa in scena dipende dalle modalità con cui il regista volta per volta la realizza. Non c’è comunque dubbio che ritualità e religiosità costituissero aspetti fondamentali del teatro antico, mentre chi oggi interviene a una rappresentazione classica non partecipa certo a un grande rito collettivo ma assiste a uno spettacolo”. Di qui la perdita del senso originario dei testi antichi, ancora più se riprodotti in un teatro greco o romano, lo spazio deputato alla loro conservazione più genuina.
Dice Guido Paduano, altra autorità indiscussa e finissimo traduttore: «L’attualizzazione nel senso di accentuazione del messaggio perdurante del testo è il processo necessario attraverso il quale si compie la partecipazione del regista all’autorialità, ma ai miei occhi ciò può accadere indifferentemente enfatizzando l’antico come antico o l’antico come moderno: ciò che conta è appunto il sentimento della distanza, come viverlo».
È proprio la distanza di 2500 anni il tema in discussione. Va rispettata o annullata? Chi dovrebbe operare nel primo senso sono i traduttori, che però non hanno più autonomia nel rapporto con il regista. «È vero che il traduttore deve comprendere come la sua funzione non possa che essere ancillare» dice Picone, «ma è anche vero che la sua acquiescenza è dovuta anche a un mero interesse: guadagnare qualcosa». È umano dopotutto.
Interviene Paduano: «Il traduttore è sempre un fattore del circuito teatrale anche quando non lavora per una messa in scena: anzi in questo caso i suoi obblighi teatrali sono più forti perché deve fornire al lettore una trasposizione virtuale: diversamente la sua traduzione sarà illeggibile». Il fatto è che poi sulla scena decide il regista, forte di un potete assoluto.
E se il regista Federico Tiezzi si limita a dire che per lui «si è aperta una riflessione su cosa voglia dire (e come) essere contemporanei in teatro o in opera», per Walter Pagliaro le cose sono chiarissime: «Io sono contrario a ogni attualizzazione che sia di moda, che appaia cronachistica. Anche nell’opera lirica è così. Un errore grave. I testi antichi vanno letti sì con animo contemporaneo ma resi nel loro spirito. Il fatto è che i registi leggono i testi in superficie e tendono a banalizzarli, mentre il pubblico ha bisogno anche di profondità e complessità, di potere riflettere e persino di fantasticare».

