
La Scuola Holden di Torino, “che insegna a leggere e scrivere”, nacque nel 1994, l’anno in cui Baricco conduceva in Tv la trasmissione “Pickwick, del leggere e dello scrivere”. Il suo successo fu dunque dovuto alla televisione e all’allora giovane, bello, seducente e ruffiano bonimenteur che seppe sfruttare la popolarità e la naturale loquela per ergersi a divo e vate della letteratura. Oggi la sua scuola costa ventimila euro l’anno, esorbitanza che ha spinto una ex iscritta a dire un anno fa (finalmente qualcuno l’ha fatto) di avere buttato i soldi, spesi per avere alla fine una mera pergamena firmata da Re Baricco. Cos’altro si aspettava di ottenere iscrivendosi? Imparare forse la tecnica del racconto? Gli strumenti del mestiere? Se fosse possibile, non esisterebbero i generi letterari, ognuno richiedendo un approccio diverso. Non esiste un solo modello. Si può scrivere come Hemingway, come Saramago, come Rousseau, come Balzac e come centinaia di altri grandi scrittori, ognuno dei quali (in maniera del tutto propria e diversificata) “fa scuola creativa”. L’unica cosa che davvero si può insegnare è la lingua italiana: che però si apprende gratis a spese dello Stato. Quello che invece né la Holden né alcuna altra “scuola di scrittura creativa” possono impartire è il talento. Se non ce l’hai non puoi comprarlo, benché Baricco & C. (dove: C. sta per complici) sudino nello spiegare che scrivere è un mestiere come un altro che occorre imparare.
Se così fosse, perché grandi letterati e critici celebrati come Cecchi e Debenedetti non hanno mai pubblicato romanzi e racconti, pur sapendoli eccome leggere e interpretare? Perché uno Sgarbi non dipinge? E perché Andrea Pirlo, campione di calcio, come allenatore è un dilettante? La risposta è sempre una: questione di talento. Che è un dono di natura, come la voce da tenore. Puoi saper leggere benissimo, ma puoi non sapere scrivere affatto. Le scuole di scrittura (ogni autore ne ha una o insegna in qualcuna) sostengono che ciò è possibile, supponendo che la struttura del romanzo sia fatta di elementi simili a un motore che bisogna conoscere. Questa visione è frutto di un’altra scuola, quella strutturalistica degli anni Settanta, che però era intesa a scomporre il testo per insegnare a leggerlo e decodificarlo e non certo per scriverne della stessa pasta.
Baricco e gli altri lo sanno bene e cosa fanno? Reclutano scrittori noti e affermati come insegnanti pensando che valga la teoria – Montaigne docet – secondo la quale se si mette un sano al capezzale di un malato la guarigione è cosa fatta. Non ha mai funzionato così e mai funzionerà. Uno scrittore può dire al massimo come scrive lui, ma non potrà mai insegnare ad altri a scrivere come lui. L’idea che un autore, solo perché famoso, possa insufflare lo spirito creativo in teste vuote e devote, può trovare accesso solo in spiriti candidi incapaci di riflettere sul fatto che i loro esimi e venali “professori”, a cominciare da Baricco, sono diventati guru e maestri senza aver mai pagato nessuno.
Tali maestri, quando pretendono di insegnare a scrivere, si aspettano che i loro allievi riconoscano loro il merito del proprio successo, qualora arrivasse, e sono pronti, proprio come fa Baricco, a salutare pubblicamente come capolavori le prime opere dei neofiti, che se hanno fortuna la devono però solo al proprio talento , esattamente come è stato per i loro supposti danti causa, che ben si adonterebbero se qualcuno attribuisse loro un personale maestro a suo tempo lautamente compensato.
Insomma, Baricco e gli altri sono per definizione come Dio, increati e ingenerati. Non per caso le loro cosiddette “scuole” sono dette di “scrittura creativa”. Ma sono al limite palestre dove andare con il proprio bagaglio ad esercitarsi in compagnia. Cosa che è assolutamente sconsigliata però a uno scrittore, al quale si addice innanzitutto il raccoglimento nel più totale isolamento. Il talento è una pianta che più è sola e meglio cresce.
