
Quando Gesù dichiara di essere stato inviato da Dio “alle pecore perdute della casa d’Israele” afferma un principio cardine dell’ebraismo, fondato sul primato del “popolo eletto”, ancorché già nella Genesi Dio abbia detto ad Abramo: “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”: non a indicare un privilegio razziale ma a designare una “luce per le nazioni”. La storia dei nostri giorni ci dice che non si tratta di una luce che illumina le anime ma di un fuoco che brucia le coscienze.
Ed è proprio in forza della dottrina elezionistica che può trovare spiegazione l’orrore di cui lo Stato di Israele, in una sorta di nemesi rovesciata, più precisamente in una brama di vendetta cosmica, si è reso imperdonabile responsabile perpetrando in Palestina un genocidio che ricorda l’abominio nazista di cui è stato vittima. Da pecora a lupo, l’Israele più visceralmente suprematista e a vocazione sionista non starebbe che perseguendo un piano veterotestamentario inteso a mettere il “popolo di Dio” contro il mondo, com’è del resto sempre stato, ma stavolta non perché perseguitato ma in veste di aggressore.
Ora, c’è un episodio in Matteo e Marco che sembra adombrare in Gesù, giusta la sua missione terrena, ragioni a sostegno dell’elezionismo e in definitiva scioviniste, ovvero razziste: l’incontro con una donna cananea, cioè con una straniera, una pagana che Marco chiama “sirofenicia” e Matteo indica come una madre delle parti di Tiro e Sidone, due città libere della provincia di Siria in Fenicia poste sotto il dominio romano ma di cultura greca e straniere anche politicamente rispetto alla vicina Galilea.
La donna implora Gesù di liberare la figlia da un demonio, probabilmente un male, ma Gesù nemmeno l’ascolta. La madre insiste imperterrita e i discepoli dicono al Maestro: «Dalle retta, perché ci grida dietro». E lui: «Non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d’Israele». Rivolto poi alla donna si mostra sprezzante: «Non è bene prendere il pane dei figlioli e gettarlo ai cagnolini». Dove “cane” è l’epiteto con cui gli ebrei del tempo tacciano comunemente i gentili, ma Gesù si serve di un vezzeggiativo per apparire meno duro.
La pronta risposta della donna induce il Messia a compiere il miracolo richiesto: «Sì, Signore, ma anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla mensa dei loro padroni». Queste parole costituiscono, nella reazione di Cristo, il viatico di un atto storico che separa l’atteggiamento ebraico di avversione verso il mondo da quello cristiano di vicinanza e solidarietà interrazziale. Gesù vive una specie di “conversione” (è la teoria di una certa esegesi) operata nei suoi confronti da parte della cananea che gli fa comprendere come la salvezza non possa essere un bene riservato ai soli israeliti. È da questo momento che la missione messianica si apre ai pagani, ma non farà ulteriori passi. Sarà Paolo a intestarsela e a portare la fede cristiana tra i gentili.
Gesù non si ferma a Tiro. Dopo l’incontro con la cananea lo troviamo, nel viaggio verso Sidone di rientro in Galilea, nella Decapoli, terra anch’essa straniera, dove gli presentano un sordomuto che lui chiama in disparte e guarisce raccomandandogli il silenzio, però non osservato. E ancora, sempre “in quei giorni”, scrive Marco, Gesù compie la seconda moltiplicazione dei pani saziando una folla non di ebrei ma di pagani. Dopodiché torna a Magdala, sul lago di Tiberiade dai cui pressi, esattamente da Gennesaret, è partito per andare all’estero, dove si parla greco e si professa una fede che miscela divinità olimpiche e orientali. Perché lo ha fatto, se è stato inviato da Dio sulla terra per la sola casa d’Israele?
Il dettaglio che al sordomuto della Decapoli Gesù imponga vanamente il silenzio circa la sua guarigione è un indizio che dà fondamento a quanto scrive Matteo, secondo il quale, partito da Gennesaret, Gesù “si ritirò verso le parti di Tiro e di Sidone”, come per sottrarsi alla pressione delle folle e del Sinedrio, ma anche per concedersi un ritiro spirituale con i suoi apostoli. Conferma di questa interpretazione si ha in Marco che dice di Gesù arrivato a Tiro: “Entrato in una casa, non voleva che si sapesse, ma non poté rimanere nascosto”.
Tenendo all’anonimato ma mancandolo, appare evidente dunque che il suo nome era noto anche all’estero, ancor più perché la madre che gli chiede il miracolo mostra una profonda fede in lui, chiamandolo “Signore” e “Figlio di David”. E allora perché espatria, percorrendo a piedi oltre cinquanta chilometri, sapendo che non riuscirà a trovare la privacy che cerca?
Il modo in cui tratta in un primo momento la cananea fa pensare non certo all’intento di portare la parola di Dio ai gentili, perché tradisce una reazione scomposta di autentica discriminazione razziale. Per trovare una risposta a una condotta su cui la Chiesa tende a glissare (quando non avanza la tesi che Gesù abbia voluto mostrare ai suoi discepoli quanto possa essere forte la fede in Dio se professata con il massimo di trasporto e tenacia, il che suonerebbe però come un dubbio nei loro confronti), bisogna fare un passo indietro nel tempo e nei vangeli di Marco e Matteo.
Prima che a Tiro, Gesù è già stato in terra straniera, e precisamente nella regione dei Geraseni (dall’altra parte del Lago di Galilea) che appartiene alla Decapoli, ed ha compiuto un esorcismo su un indemoniato, dice Marco – o un gruppo di posseduti, secondo Matteo. I demoni che lo tormentano (per un totale di circa cinquemila, giacché l’indemoniato si chiama “Legione”) si rivolgono a Gesù e gli chiedono, in cambio del corpo del mandriano, di entrare in quelli dei porci che sono lì al pascolo. Per qualche incomprensibile ragione, Gesù acconsente, sicché i porci si lanciano da una rupe e muoiono. Il miracolato va a riferire e la gente cerca il Messia non per lodarlo ma per chiedergli di lasciare la loro terra avendo determinato un grave danno economico. Ricacciato sulla barca perché torni sull’altra sponda del lago, cioè in Galilea, quando tempo dopo si ritrova nella Decapoli e guarisce il sordomuto, la gente gli va incontro osannandolo al grido “Ha fatto bene tutte le cose”. Un comportamento opposto da parte della stessa nazione.
Ma se il secondo espatrio è dettato da un supposto bisogno di isolamento, il primo a cosa è dovuto? È vero che Gesù non predica all’estero, non raduna folle, non gira per le vie, non si mostra, epperò è anche vero che compie fuori dalla Galilea quattro miracoli piuttosto clamorosi e in un tempo che si immagina alquanto ristretto. Insomma, perché il Figlio disattende il mandato del Padre? E perché sfida la tradizione ebraica severamente contraria a contaminazioni con stranieri impuri come i fenici, i siriani e i decapolitani, popoli idolatri e politeisti?
Stando ai fatti, nel caso del mandriano di Geraseni posseduto, Gesù scende a patti con Satana per potere poi essere cacciato dalla popolazione ed erigere una barriera (salva un uomo emarginato da tutti e penalizza una parte della città dedita all’allevamento di porci), mentre nel secondo incontro oltreconfine, quello con la cananea, la sua prima reazione è di assoluta repulsione. Da ebreo osservante della Torah, Gesù sembra quindi rispondere alla dottrina più integralista del giudaismo rabbinico e farisaico: dichiara di essere venuto non per abolire la Legge di Mosè ma per darle pieno compimento, osserva quasi tutti i riti devozionali, frequenta il Tempio, mangia i soli cibi ammessi. È sì un contestatore e vuole farsi rinnovatore, ma è di fede e coscienza ebraiche. Perciò si muove da nazionalista e in Giudea è visto, essendo della Galilea, anche uno spirito rivoluzionario. Il che è vero, ma non come pensano i sacerdoti e i farisei.
Quel che fa è semplicemente dirompente, tanto più perché senza motivo, senza una spiegazione, senza che i vangeli riportino una sola domanda di un apostolo del perché dei viaggi all’estero. Che tanto più appaiono epifanici quanto più sono inspiegabili. La risposta a domande che non ne hanno una è tutta nell’evidenza dei fatti.
Un’evidenza che rilevano gli stessi testi sacri, i quali danno conto degli spostamenti e nominano le varie località come se appartenessero ad un unico Stato, mentre i confini separano eccome culture, costumi e religioni. Non possono non notare che Gesù cambia Paese, ma tacciono deliberatamente. Come in fondo ha fatto Gesù. Il quale va all’estero da ebreo e torna ecumenico, anticipando o preparando Paolo. Il Gesù uomo, non il Messia.
E come uomo Gesù è il primo ebreo a considerare i “cani” al pari di “agnelli”, sperimentando il contatto fisico tra genti diverse, prima con senso di rifiuto e poi dando prova di resipiscenza. Un comportamento molto umano. In grazia del quale supera Dio, che tollera l’odio razziale, e lascia l’indicazione della via del processo di integrazione, insegnando che se lui ha superato gli steccati della diversità può riuscirci il mondo. A cominciare da Israele, il suo Paese. Che però il Cristo lo ha rinnegato e crocifisso. E ora rilegge l’Antico Testamento come un inno alla vendetta, inneggiando a Samuele per tutti: “Così dice il Signore degli eserciti: ‘Ho considerato ciò che Amalek ha fatto a Israele […]. Va’ dunque e percuoti Amalek e devasta tutto quello che possiede; non avere pietà di lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini’”. Gli amaleciti di allora sono per l’ultradestra nazionalista israeliana di oggi i militanti di Hamas, mentre il brano di Samuele risuona come un peana anti-palestinese. Ma se Gesù è da qualche parte, non può che essere a Gaza, tornato in terra non più straniera.
