
La maggiore età è data dal raggiungimento di una consapevolezza che consente l’assunzione della piena responsabilità degli atti compiuti. Prima di conseguirla si è minori, tali cioè da trovarsi giuridicamente in uno stato di “incapacità di agire” nel quale sono i genitori o i tutori a gestirne gli atti e i diritti. Nell’ipotesi di azioni penalmente rilevanti i minori di quattordici anni sono inimputabili e il risarcimento danni in sede civile pesa a carico dei genitori. Nel caso del tredicenne che a Roma e in classe ha tentato di uccidere l’insegnante, la “culpa in educando” a carico dei genitori si somma alla “culpa in vigilando” che tocca agli insegnanti.
Il ragazzino non rischia niente, nemmeno il tribunale dei minori, proprio perché non ha ancora quattordici anni. Se i genitori e gli insegnanti dimostreranno che ogni sforzo seriamente compiuto per educarlo e vigilarlo è stato vano, l’accoltellamento finisce con un probabile risarcimento da parte del ministero dell’istruzione all’insegnante colpita.
Educazione in famiglia e vigilanza a scuola sono anche forme di controllo che si esercitano attraverso divieti e privazioni quali, nel primo caso, uscire il sabato pomeriggio con gli amichetti, comprare un nuovo videogame, perdere la paghetta, e nel secondo impedire la ricreazione, escludere da una gita o da un’iniziativa di gruppo. Ma oggi chi sono i genitori e gli insegnanti capaci di comminare pene anche a teenagers di soli tredici anni? I primi hanno imparato che la loro libertà e indipendenza dipende dal grado di concessioni che permettono ai figli, così da averli mansueti e a loro volta autonomi; i secondi si guardano bene dall’intestarsi rapporti di avversione personale che potrebbero costare scontri con i genitori, pronti a intervenire a difesa del figlio che abbia avuto insufficiente.
In questo stato i minorenni sono affidati a quanti riescono a sostituire genitori e insegnanti adottando metodi che contemperano premi e minacce in base non ai loro interessi ma ai propri. Compagni più grandi di età, persone adulte conosciute online, gruppi anche remoti che irretiscono prospettando gradi di affermazione che per un ragazzino sono sfide irrinunciabili sono oggi gli influencer cui i minori danno pieno ascolto, perché li ritengono complici e fautori di svolte anche attraverso pratiche illegali, ciò che in casa e a scuola non è nemmeno pensabile.
I nuovi Lucignolo si servono di mezzi di circonvenzione non più dati dall’incontro diretto ai giardinetti o al campetto di calcio, ma di strumenti telematici quali i social, molti dei quali concepiti proprio per minori di quattordici anni. Ma i social non sono i videogame davanti ai quali i genitori lasciavano che i figli passassero l’intero pomeriggio, compiti fatti o meno. Credendo che ne fossero l’evoluzione, hanno continuato a concedere loro la libertà di usarli, passando semplicemente dal joystick allo scroll. Un salto nell’abisso.
Questa libertà ha permesso agli adolescenti di entrare a contatto con il mondo proibito. Non solo sesso a volontà e sangue a profusione, ma anche lezioni di ogni genere, compresa la vendetta. L’Intelligenza artificiale ha moltiplicato con assoluta credibilità la varietà di possibili intraprese individuali che valgano un’affermazione davanti a tutti, in diretta video magari, una soddisfazione contro uno sgarbo, una rivalsa contro l’ultimo bullo.
Responsabile di questo nuovo sistema degenere è il telefonino. Così come le sneakers erano viste dai ragazzini al pari di uno status symbol da conquistare a tutti i costi per non finire tra gli sfigati, gli smartphone sono subentrati quali oggetti irrinunciabili di desiderio, il regalo di Natale o di compleanno più gradito, meglio ancora se è di ultimissima generazione.
Il tredicenne romano mancato omicida (grazie a un coetaneo africano sul cui gesto Vannacci non pare si sia pronunciato a suo disdoro) ha fatto un uso del suo cellulare che ha rivelato a che punto è giunto il sistema di condizionamento che si è instaurato a danno dei più giovani. Le indagini forse chiariranno come sia riuscito a entrare in contatto con ambienti stranieri riconducibili ai sedicenti accelerazionisti suprematisti, sfere che professano l’apocalisse e cercano adepti per favorirla, ma un fatto accertato è che questo tipo di rapporto è nato e chissà quanti altri ragazzini ne sono artefici e vittime.
Il telefonino, oggi un’appendice che, a prescindere dall’età, non si può non avere, se non a rischio di vivere come su un’isola deserta, è diventato un’arma di distruzione di giovanissimi, che si mostrano più vulnerabili quanto più sono piccoli di età. Personalmente mi è capito di imbattermi in un barbone che in una mano teneva davanti agli occhi il telefono sul quale stava vedendo un imperdibile reel e con l’altra chiedeva l’elemosina. Un passante gli ha detto di venderselo per mangiare e lui lo ha guardato come se fosse stato invitato a fare a meno di un rene.
Vietare per legge i telefonini ai minori di quattordici anni costituisce il primo passo per colpire al cuore l’invalente sistema di plagio delle coscienze più esposte che si va sempre più precisando in un problema di ordine pubblico. Ma quale governo avrà davvero il coraggio di introdurre un divieto che riporterebbe a trent’anni fa e sarebbe capace di replicare all’accusa di voler fermare il progresso tecnologico che l’intenzione è di salvare i giovani?
