
Chiamiamo virgolette gli apici e i caporali (termini diffusi in ambito giornalistico) che nelle case editrici sono detti invece virgolette francesi e inglesi. Indicate con i segni tipografici rispettivamente «…» e “…”, ricorrono insieme nel dialogato dove le prime riportano citazioni contenute nelle seconde, così come in questo esempio:
«Ricordo che si avvicinò e mi disse: “Amico mio, sto partendo”. Era triste»
In circostanze come questa, molte case editrici anche italiane sostituiscono le virgolette con il trattino lungo sia in apertura che in chiusura, con il risultato di creare forti difficoltà di comprensione:
– Ricordo che si avvicinò – fece titubante lo sconosciuto – e mi disse: – Amico mio, sto partendo. – Era triste, ma io sono certo che tornerà. – L’uomo disse questo sapendo di mentire.
In molti casi però il trattino di chiusura manca e la comprensione del testo viene affidata a un punto finale e a un ritorno a capo, cosicché si ha:
– Ricordo che si avvicinò – fece titubante lo sconosciuto – e mi disse: – Amico mio, sto partendo. – Era triste, ma io sono certo che tornerà.
L’uomo disse questo sapendo di mentire.
Quest’ultima modalità, che comporta un allungamento dell’intero testo, è preferita nel caso in cui si voglia accrescere il volume per aumentare il prezzo di copertina. Ad ogni modo, il trattino è poco usato, anche perché inelegante se preceduto da un segno di punteggiatura: . –
Molte volte, per guadagnare spazio, il trattino non è posto ad apertura del parlato e appare così nel racconto “Ultimo viene il corvo” di Italo Calvino, edizione Garzanti, dove la comprensione diventa a senso:
Allora s’avanzò il ragazzo che li stava a guardare, un ragazzotto montanaro, con la faccia a mela. – Mi dài, – disse e prese il fucile a uno di quegli uomini. – Cosa vuole questo? – disse l’uomo e voleva togliergli il fucile.
Le virgolette sono comunque di gran lunga più diffuse del trattino anche perché agevolano la comprensione del testo pure nei casi di sua compressione. Nei giornali sono la regola. Una regola che più ballerina però non potrebbe essere. Nella titolazione sono più diffusi gli apici solo perché occupano meno ingombro, mentre nel testo ricorrono di più i caporali, ma ci sono testate che ne fanno un uso indifferenziato: non solo nel parlato (le dichiarazioni raccolte, cioè le citazioni) ma anche e soprattutto nel traslato, cioè nel significato che si intende dare a una parola perché assuma un senso non letterale – le virgolette svolgendo essenzialmente proprio questa duplice funzione: citare e traslare.
Dire una cosa per intenderne un’altra è un esercizio retorico che appartiene ai campi della metafora, della metonimia e della sineddoche, dove occorre muoversi con la massima prudenza. In un talk show televisivo una ospite che parlava dell’opportunità di «riunire il tavolo» si è esposta alle accuse di Vittorio Sgarbi che le ha aspramente rimproverato un uso improprio della lingua italiana, dal momento che è impossibile vedere un tavolo riunirsi. Sgarbi si proponeva di contestare un linguaggio che, così figurato e in continua espansione, è invalso proprio nel campo giornalistico dove espressioni come “caccia all’uomo”, “correre da soli”, “scendere in campo”, “attaccare la profondità”, fino ad astrazioni funamboliche, nate in ambito politico, come “smacchiare il giaguaro” e “avere la mucca nel corridoio” di fattura bersaniana, sono il portato di un codice che, per la sua conformazione, non può essere inteso da tutti. Nei sottotitoli dei film i non udenti non trovano infatti mai scritto quanto dicono i personaggi ma le versioni letterali: «Siamo fortunati» al posto di «Siamo a cavallo».
Le virgolette assolvono il compito di dire appunto una cosa per un’altra, a volte fungendo da litote e a volte da antifrasi. In italiano indicano una citazione e rispondono alle domande equipollenti “come dicono altri?”, “com’è noto?”, sottendendo quindi il “cosiddetto”. Nella saggistica il cosiddetto equivale al barbarismo e al tecnicismo, per la cui terminologia viene utilizzato il corsivo, forma nella quale compaiono le parole straniere e quelle scientifiche. Nel giornalismo il cosiddetto è reso invece con le virgolette, allo scopo di dare una definizione che appartiene a un altro lessico. Così in un saggio (quello con le note a piè pagina, per intenderci) troviamo
L’avvoltoio più comune è chiamato gyps fulvus
mentre in un giornale leggiamo
L’avvoltoio più comune è chiamato “gyps fulvus”
ma in un romanzo troveremmo la frase non virgolettata, perché non c’è niente di più estraneo delle virgolette in un testo narrativo che sia invenzionale e quindi finzionale.
Tuttavia anche nei giornali si possono ritrovare i termini scientifici in corsivo, così come i titoli dei libri, delle canzoni e dei film, le parole straniere, i nomi delle band musicali. Ma prendiamo la frase
Il grifone più comune è il gyps fulvus
In un saggio, che ha un pubblico più avvertito, il grifone può rimanere com’è, anche non corsivato, ma in un giornale a larga diffusione, cioè destinato a ogni tipo di lettore, non è per nulla scontato che tutti sappiano cos’è il grifone, sicché è necessario comprendere anch’esso tra virgolette, sicché abbiamo due coppie di virgolette
Il “grifone” più comune è il “gyps fulvus”
e questo può succedere anche quando si precisasse che il grifone è un avvoltoio. Senonché potremmo avere una sarabanda di virgolette nel caso in cui scrivessimo
Il “grifone” più comune è il “gyps fulvus” che in Sicilia viene chiamato “vuturuna”
Non è certo un bel vedere, eppure tutte le virgolette indicano parole che appartengono a campi semantici e sfere lessicali di grado diverso e superiore rispetto a quelli di massa, ovvero di tipo giornalistico. Quali è allora opportuno eliminare per non creare una batteria pirotecnica, tenendo conto che sia “grifone”, sia “gyps fulvus” e sia “vuturuna” sono definizioni che soddisfano il cosiddetto tanto nel dizionario italiano quanto in quelli scientifico e dialettale? Per districarci nelle sottili differenze, immaginiamo la stessa frase con una aggiunta:
Il più comune “grifone”, cioè l’avvoltoio, è il “gyps fulvus” che in Sicilia viene chiamato “vuturuna”
Non abbiamo bisogno di virgolettare l’avvoltoio perché si tratta di un termine generalmente noto, quindi non è “cosiddetto”, appartenendo al linguaggio comune: così come non mettiamo tra virgolette o in corsivo nomi propri di città che conosciamo, a differenza di altre che sono sconosciute, per cui scriviamo sbagliando New York e “Albuquerque”, pur trattandosi comunque di località. Allo stesso modo ci serviamo degli acronimi: scriviamo Rai ed Enel, perché sono enti noti, e virgolettiamo “Arpa” e “Svimez” fino a usare il maiuscolo per tutte le lettere, se non anche le iniziali punteggiate, per sigle quali Sic (sito di interesse comunitario) o Dup (documento unico di programmazione).
Si tratta di uno scorretto procedimento linguistico dato dalla forza di penetrazione e diffusione di una parola. Diciamo maestra e presidentessa – più la prima che la seconda – perché abbiamo da decenni abituato l’orecchio alla versione femminile di parole nate di genere maschile, ma fatichiamo ancora a parlare di sindaca e di ministra. Diciamo poliziotta ma non ancora carabiniera, perché l’arruolamento delle donne nell’Arma è di più recente istituzione. Da tutto ciò ricaviamo una regola: l’uso delle virgolette è legato alla sua fruizione.
Tornando al nostro grifone, il criterio di compensazione delle virgolette, quali eliminare e quali mantenere, è regolato da un principio di pre-conoscenza: prima di scrivere un articolo, devo cioè sapere dove sarà pubblicato, perché se uscirà su una rivista ecologica posso certamente eliminare le virgolette al grifone; se invece apparirà su una testata scientifica il gyps fulvus può figurare semmai in corsivo; e se a pubblicarlo sarà un periodico diffuso in Sicilia o dialettale o di etnologia posso svirgolettare il vuturuna.
Se dunque in una rivista medica non occorre certo che i termini scientifici siano riportati diversamente da quelli comuni, perché questi e quelli sono parimenti comprensibili ai suoi lettori specializzati, su un quotidiano generalista di informazione è opportuno invece segnalare al lettore che quel termine mutua una definizione in uso in un ambito più ristretto. Alla stessa maniera, scrivendo un articolo di cucina e chiamando i piatti con il loro nome, mi servo del corsivo e delle virgolette secondo la testata sulla quale il mio articolo apparirà.
Questa pre-conoscenza non è necessaria solo a fini formali ma anche sostanziali, per evitare fastidiosi fraintendimenti. È il caso di una frase del tipo
Il papà era il partner della figlia
Non si comprende, scritta così, il ruolo della parola “partner”, che significa per definizione alleato, compagno, ma può avere ben diversa accezione. Se la leggo su un giornale pornografico penso a un incesto, mentre in un articolo di cronaca ci vedo il sostenitore. Di conseguenza devo mettere le virgolette se esce nel primo per intendere l’alleato e nel secondo se voglio alludere allo scabroso. Questo perché il significato delle parole virgolettate è trasposto, cioè trasferito in un altro campo semantico. Cosicché nei giornali induce a interpretazioni rovesciate rispetto anche all’uso del corsivo. Se infatti scrivo che terrò una “lectio magistralis” lascio intendere cosa diversa che se scrivo lectio magistralis: in questo caso farò credere a una vera conferenza specialistica, mentre nel primo lascerò pensare a una conversazione tutt’altro che magistrale.
Un esempio perfetto di titolazione, divisa tra titolo e catenaccio, si è avuto il 23 maggio 2018 sulla prima pagina di La Repubblica:
Conte tradito dal curriculum Il governo torna in alto mare. Nel pomeriggio Conte riceve l’incarico
Non si vedono virgolette. Per fortuna. Nel titolo il participio virgolettato in “tradito” avrebbe supposto un’antifrasi (tradito apparentemente, ma in realtà avvantaggiato), mentre nel catenaccio il ritorno in alto mare tra virgolette avrebbe adombrato una manovra diversiva.
Ma prendiamo un titolo apparso il giorno dopo, il 24 maggio, su un quotidiano locale, La Sicilia:
Mattarella «promuove» Conte
Visto il clima di incertezza, anche da parte del capo dello stato, che quel giorno aleggiava davvero sul nome del presidente incaricato, il lettore veniva indotto dalle virgolette a credere che Conte fosse ufficialmente promosso perché compisse gli atti procedurali mentre in realtà lo aspettava una trappola. Solo letto l’articolo si capiva che non c’era alcun retropensiero e che il presidente della repubblica aveva agito nella sincera speranza di una riuscita. Perché allora le virgolette se non si vuole operare alcun traslato? Più sibillino ancora il titolo apparso anche su La Sicilia il 15 giugno 2016 in prima pagina, riferito a Siracusa:
Il municipio più “inquisito” d’Italia
Le virgolette fanno pensare che inquisito il Comune non sia affatto, ma oggetto semmai di un accanimento giudiziario; o che lo sia sì ma non dalla magistratura, oppure che non si tratti di una vera inchiesta quanto di un’indagine sotterranea e segreta. Il titolo all’interno del giornale muta “inquisito” in “indagato”, sempre tra virgolette, complicando ancora di più le cose perché confonde due diverse condizioni processuali e rende la notizia del tutto incomprensibile.
Le virgolette intervengono anche, come i puntini di sospensione, per imprimere in chi legge un tono diverso, di ironia, di sospensione, di intesa, come in un ammicco. Ma nello stesso tempo, oltre alla pausa, esprimono una cosa per un’altra. Se leggo nelle pagine di sport
Il portiere ha preso una “papera”
quel che credo che mi si voglia fare capire è che la papera c’è stata ma per colpa altrui oppure dev’essersi trattato di un intervento molto particolare. Per pensare immediatamente a un errore del portiere devo leggere
Il portiere ha preso una papera
perché so che sto leggendo un articolo sportivo, per cui colgo insieme con la papera anche il senso del verbo “prendere” che risponde a un parlato gergale comune nel campo calcistico. Cosa diversa invece è se la stessa frase la ritrovo in un articolo che riguarda un omicidio. Non ho dubbi a pensare, anche se non capisco che c’entri nel contesto, che il portiere, del palazzo o dell’albergo, abbia per qualche motivo acchiappato una papera. Mi serve vedere tra virgolette non solo la papera ma anche la presa per immaginare che il giornalista si è voluto servire di un modo di dire calcistico per raffigurare un infortunio dell’addetto alla portineria, la papera valendo in tal caso al pari del classico granchio.
Emmanuelle Carrère, scrittore e pure giornalista, nel suo saggio romanzato Il Regno, ricordando il tempo in cui era stato un cattolico credente, scrive così:
Nell’autunno del 1990 sono stato “toccato dalla grazia” – dire che oggi provo imbarazzo a esprimermi così è un eufemismo, ma è così che mi esprimevo all’epoca. Il fervore prodotto da questa “conversione” – avrei voglia di mettere virgolette dovunque – è durato quasi tre anni.
Carrère cita da un linguaggio cattolico che virgoletta perché non gli appartiene più, ma che egli stesso ammette di aver adoperato. Estraniarsi da un mondo semantico comporta dunque il ripudio di un linguaggio e l’adozione di un altro: il primo è soggetto alle virgolette, il secondo no, finché è considerato proprio. Carrère opera anche da giornalista e sa bene che in realtà niente è più estraneo al giornalismo delle virgolette, che adducono un fenomeno molto curioso di ribaltamento di senso. Virgolettare per esempio la parola “colpo” fa pensare a un fiasco mentre dire che Lucio ha fatto “colpo” su Lucia vuol dire che gli è andata male. Questo perché il linguaggio figurato, ricco di metafore, locuzioni ad hoc, modi di dire, traslati ad effetto, è nato proprio in ambito giornalistico, dove le virgolette sono dunque da utilizzare il minimo indispensabile mentre altrove, romanzi esclusi, servono appunto per creare figurazioni. Se voglio dare notizia di un falegname che si è tranciato due dita usando la sega non posso titolare, per non farmi ridere
Si taglia due dita con una “sega”
Ma attenzione al campo semantico prevalente. Nel caso della morte di un tossicodipendente conosciuto per le sue qualità, se scrivo
Si era “fatto” da sé
faccio pensare che le sue riconosciute qualità meritassero di essere meglio indagate e perciò avanzo dubbi subliminali ricordando che da sé il tossico si era soprattutto bucato più che realizzato: mi servo di un calembour, di una figura retorica cioè che gioca su due piani di significato e che vale in duplice veste solo per la presenza delle virgolette, che fanno saltare da un campo semiologico a un altro.
In un altro esempio, una cosa è scrivere
assessore ombra alla Cultura
e un’altra
assessore “ombra” alla Cultura
Nel linguaggio politico è chiamato ministro ombra o assessore ombra chi è stato designato tale dal partito che ha perso le elezioni. Virgolettandolo lascio intendere che, ancorché all’opposizione, sia di fatto il vero assessore o in combutta con quello in carica. Essendo però questa terminologia piuttosto decaduta, giacché appartenuta alla Prima repubblica, l’espressione può prestarsi a un malinteso e le virgolette fare credere non a un’opposizione accanita, come sarebbe in loro assenza, ma di corriva facciata.
L’interpretazione dunque dipende dalla forza della parola, cioè dal suo potere di acquisizione. Quanto in definitiva sanno bene i giornalisti, ovvero che le virgolette sono mine capaci – a metterci mano – di mandare in aria il contesto, lo hanno imparato dagli scrittori, i romanzi della maggior parte dei quali non fanno uso alcuno di virgolette. Quando appaiono, tradiscono un vocabolario insufficiente. E ciò in eredità probabilmente a un millenario costume che non le poteva prevedere, essendo i libri letti ad alta voce e i lettori ersano gli ascoltatori. La plurisecolare lettura indiscreta usava i segni di punteggiatura come indicatori di tono e inflessione della voce da piazzare davanti a una parentesi, a tre punti di sospensione, a una virgola, ma li considerava inservibili di fronte a significati traslati, impossibili da rendere a voce e per i quali erano e sono preferibili i punti di sospensione.
7- continua
