
Oltre al tempo della storia e a quello della narrazione, ne esiste un terzo non meno rilevante: il tempo della lettura, che appartiene al lettore quanto alla gestione ma anche all’autore circa la determinazione. Il lettore lo governa decidendo il quando, il come e anche il quanto, libero di organizzare appunto il proprio tempo secondo scelte arbitrarie ma insindacabili: può cominciare a leggere un capitolo alla volta per darsi un passo che tenga conto in qualche modo delle articolazioni decise dall’autore; può leggere a brani scuciti, quindi saltando da un punto all’altro, facendo tesoro dell’invito di Manzoni ne I promessi sposi sul cardinale Borromeo per il quale vuole spendere quattro parole: “Chi non si curasse di sentirle salti addirittura al capitolo seguente”; può anche leggere le prime cinquanta pagine e ritenerle sufficienti per maturare un giudizio anche positivo. Non deve dare conto a nessuno, dominus assoluto del potere di leggere un romanzo.
Nella sua piena autonomia e libertà, il lettore riceve tuttavia impulsi che gli provengono dall’autore. Il quale, essendo condizionato dal momento presente in cui scrive, trasmette al lettore gli effetti e i sensi del proprio stato, sia personale che collettivo, con i quali però il lettore entra in contatto in una data che può essere molto lontana. La reazione del lettore cambia quindi secondo proprio la distanza di tempo tra la sua lettura e la scrittura dell’autore, ma il rapporto non è direttamente proporzionale, per modo che un romanzo letto dopo dieci anni può suscitare emozioni maggiori che se letto a pochi mesi dall’uscita. Ci sono romanzi che, non nella coscienza comune ma in quella personale, migliorano ai nostri occhi invecchiando, dipendendo tale fenomeno dall’andamento individuale della propria vicenda a un punto della quale quel particolare romanzo si rivela epifanico, illuminante e salvifico, mentre in un altro momento sarebbe stato dannoso e muto o solo ininfluente.
Personalmente ho fatto esperienza con questa fenomenologia del romanzo leggendo da ragazzo La buona terra di Pearl S. Buck, trovando il tema conduttore nel sotteso legame dell’uomo alla natura (frequentato con analoghi effetti da Knut Hamsun) per poi scoprire molti anni dopo che le qualità del romanzo di ambientazione cinese erano custodite in un linguaggio che evocava quello biblico, ma soprattutto ai miei occhi nella stretta vicinanza a Mastro don Gesualdo, per rivelarmi come i rivolgimenti e le parabole della vita umana non hanno latitudini né tempo e si chiamano a distanza per scrivere lo stesso libro.
È dopotutto capitato a tutti di comprare un romanzo e di tenerlo da parte nel proposito di cominciare a leggerlo, quindi a pensarci continuamente di farlo ma di iniziare realmente dopo molti anni, con il risultato di rammaricarsi per non aver provveduto prima, riconoscendogli il merito di essere arrivato nel momento giusto, in quello nel quale serviva.
Ma anche in ambito generale un romanzo scoperto dalla critica e dal pubblico a distanza di tempo dalla sua pubblicazione e quindi dalla scrittura può rivelare le sue qualità precedentemente non colte ed essere accolto con un animo che in un primo momento era stato assente o contrario. Gli esempi sono numerosi: da Il Gattopardo a Moby Dick a L’arte della gioia fino al clamoroso caso di Stoner, il romanzo di John Edward Williams, riscoperto quarant’anni dopo grazie all’iniziativa di una casa editrice americana che non a caso aveva inventato una collana chiamata “Classici dimenticati”: a dimostrare la teoria che ogni romanzo, come ogni autore del resto, ha il suo tempo e che dunque il successo editoriale può dipendere anche dalla coincidenza di questi due elementi: il tempo della scrittura e il tempo della lettura.
Il tempo della lettura cambia anche in funzione del lettore rispetto a un altro secondo il momento in cui tutt’e due si impegnino nella lettura, dipendendone gli effetti dal romanzo stesso che cambia di epoca in epoca odore pur conservando la stessa pelle.
Nel caso di due romanzi entrati nel canone dei classici, I viaggi di Gulliver e Le avventure di Don Chisciotte, il loro effetto appare rovesciato: il primo nel Settecento è letto come una satira all’establishment britannico quando oggi è un divertissement raccomandato agli adolescenti, mentre il capolavoro di Cervantes nel Seicento è visto come una parodia comica e satirica dei romanzi cavallereschi e oggi appare invece l’amaro simbolo del sognatore disilluso, ipostasi di una cultura del dubbio e dell’incertezza.
Leggere tempo dopo la pubblicazione può anche produrre un cambio di genere letterario, per cui leggiamo oggi Germinal di Zola non come un romanzo sociale, quale fu visto alla fine dell’Ottocento, ma come un romanzo storico sullo sciopero velleitario e idealista di un gruppo di carbonai contro un sistema di sfruttamento e capitalista.
Ma anche quando la lettura rimane nella sfera dello stesso genere originario, pure prescindendo dal decorso temporale tra la scrittura del romanzo e la sua lettura, un conto è leggere un libro all’età di quindici anni e un altro riprendere il libro a sessanta. I romanzi di avventura rispondono più degli altri a questa resa proteiforme, se è vero che I miserabili da giovani appare un romanzo di azione mentre a sessant’anni induce meditazione sul destino dell’uomo. Così è per Il conte di Montecristo, che a un ragazzo può piacere per le sue avventure e la sete di vendetta mentre a un adulto può interessare per il tema della giustizia sociale. Dice Calvino che “c’è una magia nella rilettura dei classici in età matura: il libro è rimasto lo stesso, ma noi siamo cambiati, e l’incontro avviene su un piano di consapevolezza del tutto nuovo”.
Questo piano di consapevolezza è un piano inclinato per via dell’età nella quale un libro viene letto e dunque del tempo trascorso dal momento della scrittura da parte dell’autore.
Entrambe le variabili diacroniche, tempo della lettura e tempo della scrittura, sono quelle deputate a decidere il target del romanzo, elemento che l’autore prende in considerazione prima di ogni altro, perché deve adottare un contenuto e uno stile adeguati. Ma non sempre è così.
Le favole e le fiabe, nate per l’infanzia, sono considerate, nell’ambito del più vasto genere del fantasy, paradigmatiche giacché capaci di indicare nel mondo adulto comportamenti e figure assurte a valori etici. Pensiamo a Le avventure di Pinocchio e a Cappuccetto rosso.
E peraltro, se prendiamo le storie dei pirati della Malesia, vediamo che mentre Salgari pensa di offrire ai ragazzi del suo tempo modelli di virtù e coraggio, i suoi libri appassionano anche e soprattutto gli adulti, i quali si sentono attratti da personaggi che non appaiono ai loro occhi degli eroi, come li vedono i giovani lettori, bensì caratteri problematici del tipo di Sandokan, malinconico, inquieto, umano. Lo stesso peso hanno i romanzi di Verne, di avventura per i ragazzi e di scienza per gli adulti.
La verità la dice Cervantes nel Don Chisciotte: “Chi pubblica un libro si espone a un grandissimo rischio, essendo del tutto impossibile scriverlo in modo da soddisfare tutti coloro che lo leggeranno”.
L’autore, secondo categorie introdotte da Eco nel fondamentale Lector in fabula, inventa in partenza il suo lettore-modello e lo addestra (come lui stesso fa in Il nome della rosa nelle prime cento pagine, quando fa ben capire che tipo di lettore ben avvertito si aspetta di creare), ma molte volte a prendere il sopravvento è il lettore-empirico, cioè chi legge realmente il romanzo ed evidentemente lo fraintende o perché non ne ha colto lo spirito oppure perché lo ha riscritto adattandolo al proprio gusto o alle proprie attese, rompendo il patto con l’autore.
Il tempo della lettura produce un’altra azione ancora, molto significativa, essendo in relazione non solo con il tempo della scrittura ma anche con quello della storia. La distanza diventa doppia perché il lettore deve aggiungere a quella che lo separa dall’autore l’altra che divide l’autore dalla storia narrata e che diventa propria: con la differenza che sia autore che lettore guardano alla storia da distanze diverse e con animo diverso, quello del lettore essendo filtrato dallo spirito dell’autore che gli fa da specchio riflesso. Questa equazione si ha non solo nel romanzo storico, dove la storia vera dei fatti è vista e trasmessa secondo l’ottica dell’autore, ma anche nel romanzo sociale, per via del portato ideologico dell’autore, e in quello intimo, dove la decisione presa da un personaggio, come per esempio di divorziare, è vista dall’autore, che ne scriva in Italia nel 1965, come un peccato oltre che un reato e dal lettore che legga il romanzo vent’anni dopo come giusta e apprezzabile, mentre deprecabile considera il giudizio dell’autore. Il caso de Il bell’Antonio di Brancati prova come letto negli anni Cinquanta suscitasse approvazione e comprensione la riprovazione del padre circa la natura del figlio impotente e forse omosessuale, mentre oggi il romanzo è visto come un affresco di costume dell’epoca a sfondo ilare e grottesco.
Molte volte il rapporto del lettore con la storia si costituisce come una competizione ingaggiata con l’autore sul piano del giudizio morale, etico e anche politico. Pesa sul lettore non più il gusto letterario quanto la sua coscienza che deve misurarsi con quella dell’autore in un confronto dal quale può nascere il consenso o un dissenso. Nulla, agli occhi del lettore, toglie il disaccordo al valore dell’opera, ma cambia il suo sguardo. Posso largamente apprezzare e anche amare come opera letteraria I demoni di Dostoevskij, ma non posso condividerne il contenuto nichilista, manipolatorio, intriso di fanatismo ideologico e pervaso di disvalori umani e di esaltazione del terrorismo politico.
Il lettore che conta una certa distanza dalla storia la sconta seguendo indicazioni personali ed estranee sia al romanzo che all’autore con il quale ricerca propedeuticamente l’accordo, ma può entrare in aperto conflitto. Ad ogni modo l’immedesimazione interna che persegue è stabilita con la storia raccontata e il suo tempo, al di là della rappresentazione che del contenuto fa l’autore. Il quale viene scavalcato quando in cuor suo vorrebbe fare da guida, ma nella realtà leggiamo un romanzo di cui ci avvinca la storia e siamo pronti a lodare l’autore che sappia raccontarcela, ancor più in bello stile. È infatti con il tempo della storia che misuriamo nella memoria il nostro giudizio sul romanzo anche nel caso in cui abbiamo privilegiato l’immedesimazione esterna. E più si allunga il divario tra tempo della lettura e tempo della storia più si consolida il rapporto con il romanzo che per questa via diventa anche uno strumento di formazione educativa del carattere.
14 – continua
