
La doppia inchiesta, sia pure preliminare, della Procura militare e della magistratura ordinaria sull’impegno politico militante in Futuro nazionale di appartenenti alle forze dell’ordine e sull’ipotesi di ricostituzione del partito fascista sta valendo al partito di Roberto Vannacci il riconoscimento di un bagaglio ideologico che è mancato a tutti i movimenti nati come gemmazioni avventizie. Né i grillini poi Cinquestelle, né la Rete di Orlando, nemmeno Italia dei Valori e si può ben dire nessuna delle sigle politiche nominalizie, da Azione di Calenda a Italia Viva di Renzi, hanno avuto valori di tale importanza. Che non riguardano i programmi quanto le idee radicate nella storia e le visioni che cambiano gli scenari generali.
L’effetto dell’intervento giudiziario comporterà a favore di FnV un travaso di cespiti ideologici dal tronco principale, costituito dalla Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, a quello che è cresciuto nel suo seno per poi germogliare in maniera imprevista, improvvisa e impetuosa. Ma dei tre partiti non sarà la Lega, nel lungo periodo, a perdere perché, sebbene Vannacci abbia debuttato nei ranghi alti del Carroccio, il partito di Bossi e Salvini non ha mai avuto una sua ideologia, cioè un patrimonio di eventi storici, processi evolutivi, cultura dogmatica e figure carismatiche, libri e autori d’elezione, come è stato per il Pci, la Dc, il Psi, ma anche per l’Msi, bensì solo forti rivendicazioni territoriali ed etnologiche. Perderanno invece gli altri due alleati di governo.
Le proposte vannacciane sulla remigrazione, sui maggiori poteri alle Forze armate, sull’identità nazionale, sulla stretta all’ordine pubblico, addirittura sui campi scuola, che in realtà ricordano da vicino i postulati originari del Partito fascista, sono date per svuotare di contenuto il fondo mascherato e dissimulato innanzitutto di Fratelli d’Italia i cui consensi sono derivati direttamente dai rigurgiti delle oltranze di Fini e dalle derive di Berlusconi.
Lo spauracchio Vannacci è reale. Già dal suo “Mein Kampf” con il quale si è aperto il cammino, “Il mondo al contrario” che ha fatto da Manifesto, era chiaro che l’ex generale dalla battuta pronta e la faccia un po’ così non puntava a ritagliarsi uno spazio nel sistema, ma a stracciarlo. La scelta della Lega non era che una prova di tenuta, non a caso in un partito che vedeva a ragione come il più penetrabile e non certo il più congeniale, fatta la tara alle battaglie per i respingimenti migratori.
Poi e presto ha cominciato ad alzare la voce per dire cose diverse, avendo capito che poteva mettersi in proprio: non tanto per accrescere il numero dei cespugli alla Renzi e costituire una nuova fronda, quanto per interpretare un sentimento popolare molto radicato nella coscienza collettiva che gli altri partiti, a cominciare da quello della Meloni per passare all’altro, più rinunciatario, del lascito berlusconiano, non hanno visto né colto.
C’è un’Italia, quella che non vota più, non va in piazza, non usa i social, insomma la nuova maggioranza silenziosa, che aspettava un capopopolo – meglio se militare di alto grado – capace di dire forte le cose che ha sempre rimuginato e nutrito sotterraneamente. Finalmente le ha sentite. L’escalation impressionante di adesioni e consensi si spiega infatti solo nella luce di un’attesa.
Se la Meloni e prima ancora Berlusconi, che hanno sempre tenuto buoni i “bambini cattivi”, cioè i neofascisti di strada e di salotto, una volta accarezzandoli e un’altra disconoscendoli, avessero tenuto fede ai loro reali retaggi, Vannacci non sarebbe apparso sulla scena politica, con il peso e la statura peraltro di un minaccioso conquistatore. Eppure il generale ha semplicemente detto quanto gli altri tacevano, avendo ben capito che, piaccia o no, la maggioranza degli italiani è per il regime forte, il pugno duro, gli stranieri a casa loro, la famiglia ortodossa, la dottrina della Chiesa, la severità dei comportamenti sessuali. No woke e no political correctness. Sono tutti gli italiani che non avendo un partito portatore di questi ideali non sono andati a votare. Il prossimo anno cosa faranno? Il grande dilemma che inquieta la Destra come la Sinistra è proprio questo.
Ma fermare Vannacci è come arrestare un’emorragia senza curare la ferita. Coinvolgerlo è fare come i porcospini di Schopenhauer che si avvicinano in cerca di calore e si allontanano perché si pungono. Vannacci lo sa bene e gioca su due tavoli, fingendo di essere fedele a uno e intanto strizzando l’occhio all’altro.
Emblema maturo e personificato di un tempo che in politica si è affidato del tutto alla prassi, abbandonando i valori ideologici, la coerenza di indirizzo, il rispetto delle acquisizioni passate, personalizzando perdippiù i partiti con l’identificarli in uomini e donne senza parte né parte, Vannacci appare il peggiore pericolo che ci si potesse aspettare. In un Paese dove il quaranta per cento degli elettori soffre di una sindrome non diagnostica e non curata Vannacci arriva con il siero che tutti sia auguravano.
Se il suo attuale dieci per cento raddoppierà o triplicherà di qui alle elezioni (il fondo elettorale cui attingere essendo vastissimo e tornato esclusivo), il futuro italiano potrebbe prefigurare – realmente, concretamente – un ritorno al passato. I fascismi nascono proprio così: con l’uomo nuovo che usa le parole più vecchie. Processarlo servirà solo a rilanciarlo e consolidarlo, perché non c’è megliore incentivo per un eroe popolare nascente che essere anche vittima di un sistema odiato e respinto.
