
La stampa costituisce il più bizzarro fenomeno sociale mai osservato. Trae funzione e potere (il quarto nella graduatoria) in proporzione al numero di persone cui è capace di fare conoscere un fatto avvenuto, cioè una notizia – che è il portato della presa di conoscenza collettiva appunto di un evento. Il potere non deriva dalla circostanza per cui una persona venga informata di un fatto, ma dalle reazioni che l’informatore riesce a suscitare in una pluralità di persone, creando la cosiddetta “opinione pubblica”. È questa che detiene il potere, la stampa essendo la sua ragione e la sua arma. Ma non può esserci quella se non c’è questa. Di qui il paradosso di una realtà dell’epoca moderna che ha avuto un’evoluzione anch’essa sui generis.
A partire dalla rivoluzione scientifica, colombi viaggiatori, corrieri e navi postali portano ai destinatari informazioni che, contenute in lettere private e dispacci, vengono poi condivise con altri destinatari diventando notizie, il nucleo dal quale nasce un’opinione non più individuale ma comune. Tale opinione si forma necessariamente in ritardo rispetto ai fatti oggetto della notizia, perché le comunicazioni richiedono tempo: e, come una stella di cui vediamo la luce quando magari essa non esiste più, gli eventi possono aver già reso superata la notizia benché diventata fonte di opinione.
È proprio tale ritardo ad aver creato uno stile originale, perché obbliga il mittente a servirsi dell’imperfetto nel presupposto che il momento della scrittura possa essere annullato da quello della lettura. L’imperfetto è, come stabilisce Genette, un tempo della narrazione (e non del discorso) ed è per questa via che il giornalismo nasce in guisa di racconto, anche perché l’informazione è ancora ben lontana dall’essere concepita in forma asettica e impersonale, perché mutua i gangli della comunicazione raccontata e cioè la responsabilità: chi diffonde una notizia attraverso canali pur privati deve infatti garantirne la veridicità, motivo per cui deve spendersi e impegnare il proprio nome, finendo così per profondersi in considerazioni, analisi, previsioni che sono elementi del racconto e non certo del giornalismo.
Perché dal passato remoto il racconto arrivi ad adottare quello prossimo, a misura dell’accorciamento dei tempi tra scrittura e lettura, occorrerà molto tempo. E ancora di più ne servirà per arrivare al presente storico e quello indicativo che sono forme di espressione piuttosto diffuse oggi nella stampa soprattutto periodica in sede soprattutto di ricostruzione di una vicenda.
Agli inizi, i tempi narrativi, che facevano procedere giornalismo e racconto a braccetto, tenevano conto appunto del momento della scrittura, quello nel quale il giornalista scriveva il suo articolo: che, proprio per avere il senso di un resoconto relativo a fatti avvenuti e forse superati, conteneva due codici rimasti in vita fino a una ventina di anni fa: la provenienza e la data. I due elementi indicavano non il luogo dove i fatti erano accaduti e il giorno, bensì luogo e giorno nei quali il giornalista scriveva.
Tale modello induceva il lettore a compiere un’operazione mentale di regressione temporale al momento del fatto e della sua rappresentazione, mentre oggi i tempi usati dai giornali, con l’accresciuta immediatezza, tengono viceversa presente il momento della lettura e dunque è il giornalista a compiere l’operazione mentale contraria di avanzamento nel tempo.
Questa variazione cronodromica ha via via determinato un rovesciamento dei modelli di riferimento separando il giornalismo dalla narrativa e incoraggiando due canoni inversi di scrittura: il primo fondato sull’incertezza data dal ritardo di comunicazione e il secondo sulla determinatezza dei fatti consolidati – l’incertezza di una notizia suscettibile di aggiornamenti e la determinatezza di un racconto non più soggetto a rettifica perché definitivo – per modo che è la letteratura a dire “grandi verità” e non il giornalismo.
Tale ambivalenza si manntiene anche quando i ritardi di trasmissione delle notizie si riducono e la comunicazione diventa sempre più tempestiva fino a essere oggi simultanea, dacché più rapidamente la notizia segue il fatto e più è soggetta ad aggiornamenti immediati. Scompare l’imperfetto e invale il passato prossimo. Viceversa, più un racconto si storicizza, cioè diventa datato, e più si cristallizza e si ammanta di autenticità, assumendo stabilmente i tempi del passato storico e del trapassato. Diciamolo diversamente: una notizia, proprio perché resa pubblica sempre più in concomitanza con i fatti, è suscettibile di essere smentita o aggiornata da un’ora all’altra, mentre la storia raccontata in un romanzo non può mai cambiare. Sappiamo tutto ciò che c’è da sapere di Ulisse, ma ben poco di un nostro qualsiasi contemporaneo, dal papa in giù.
In sostanza la prossimità ai fatti rende la notizia dubbia e mina la sua certezza (che nella stampa dovrebbe invero essere elemento essenziale), Trump potendo dire la mattina quanto a mezzogiorno ritratterà, sicché la sera stessa gettiamo via il giornale, mentre la distanza da essi, quanto più è grande tanto più li consacra alla storia (a meno di revisioni e nuove scoperte) e massimamente alla letteratura, per cui leggiamo l’Odissea o Guerra e pace nella verità definitiva del racconto.
Giacché le cose stanno così, dovremmo avere giornali nei quali non siano espresse opinioni, perché precarie e momentanee, e invece sappiamo bene che ad altro i giornali non servono ai loro proprietari che a fare notizia, orientare cioè l’opinione pubblica proprio a ridosso dei fatti, così da dirigerli e formare una pubblica opinione, integrando un esercizio di condizionamento che riguarda anche i modi come gestire la notizia, se divulgarla e con quale risalto – un conto essendo la prima pagina e un altro un titolo basso all’interno.
I pareri che leggiamo nei cosiddetti “fondi” o “editoriali” da parte di “opinionisti” hanno un linguaggio che non è quello degli “articoli”, opera dei giornalisti. Un linguaggio tutto proprio che ha una sua storia e che nasce da esigenze oggettive. È la tecnica che crea lo stile.
È stata infatti un’esigenza tecnica a forgiare in origine il modello di composizione di un articolo, differenziato rispetto alla relazione, al rapporto, al pamphlet, al documento. L’esigenza è quella imposta dai processi di stampa del tempo. Quando ancora i computer erano fantascienza, nelle tipografie tradizionali impregnate dell’odore acre del piombo fuso, veniva chiamata “composizione” il lavoro che faceva a caldo la linotype, dalla quale uscivano linee di piombo incise in sommità dei caratteri che componevano appunto un rigo di testo. Le barrette venivano poste una sotto l’altra dentro una griglia rigida, il telaio, a comporre infine una pagina del giornale – una griglia nella quale non era materialmente possibile aggiungere una sola linea in più, cioè un rigo non previsto. Facile era imbattersi nel cosiddetto “pesce”, l’inversione cioè di due righe frutto dello scambio di due barrette di piombo.
In questo sistema, se il giornalista, per riservarsi magari una bella chiusura ad effetto e colpire il lettore, avesse scritto un articolo lasciando alla fine le notizie più importanti, sarebbe stato certo di perderle, a meno di fare ricomporre alla linotype l’ultima parte del testo. Data la concitazione con cui, in poche ore, un giornale veniva allestito nella fase della preparazione delle lastre destinate alla rotativa, regola inderogabile era quella, applicata severamente dal proto, il capo della tipografia, di eliminare in ogni articolo esorbitante sempre e soltanto le ultime linee in eccesso.
La redazione sapeva dunque che gli articoli andavano richiesti agli autori e poi “passati”, cioè trattati e mandati materialmente in tipografia, secondo un criterio di importanza delle notizie, lasciando in fondo quelle che potevano essere eliminate senza danni sostanziali.
Il linguaggio giornalistico, che impone di entrare subito in re, cioè in argomento, risultando concisi e paratattici, evitando pleonasmi, ripetizioni e favorendo periodi semplici, senza molte incidentali e proposizioni subordinate, nei modi dei rapporti dei carabinieri, scarni e asciutti, ma non certo altrettanto protocollari, è stato il frutto di una necessità oggettiva anziché l’elaborazione di una ricerca stilistica e di lessici originali. Una necessità rimasta invariata anche nella successiva fase, negli anni Settanta, della composizione a freddo.
Eliminate nelle tipografie le micidiali e rumorosissime linotype, furono introdotte le silenziose e innocue fotocompositrici che anziché barrette di piombo producevano strisce di celluloide stampate da incollare nella pagina millimetrata posta sul tavolo luminoso. Questo processo non modificò l’esigenza che gli articoli non dovessero relegare alla fine gli elementi più importanti perché si continuò a ridurre i “pezzi” tagliandone, ancora per ragioni di tempo, inesorabilmente le code, essendo rimasto irrisolto il problema di “fare chiudere i pezzi” su misura.
Soltanto con l’avvento dei cosiddetti “sistemi editoriali”, cioè dei computer, fu possibile, lavorando il giornalista la pagina “masterizzata” direttamente e personalmente in video, che un articolo potesse essere composto senza il timore che “uscisse fuori”. Ma cambiata la tecnica, non cambiarono, almeno in teoria, le regole generali, essendosi ormai consolidata l’abitudine del lettore a leggere un articolo nella certezza che, scorrendolo, percorresse come una scala scendendo la quale sarebbe arrivato a informazioni sempre meno interessanti, tali da potersi fermare prima e interrompere la lettura o cominciarla anche da metà, dove era certo di trovare i particolari della notizia.
Senonché queste regole di vecchia data si sono andate nel tempo snaturando. La tranquillità di poter intervenire nel testo e rivolgerlo a piacimento ha significato una crescente libertà concessa ai giornalisti di scrivere articoli più accattivanti, più studiati e intesi a piacere al lettore non per quanto contenessero ma per come fossero scritti. La forma cominciava a prevalere sul contenuto, diventando possibile adottare finali ricercati, “attacchi” stimolanti e gestire le notizie nel corpo del testo non più secondo la loro importanza ma seguendo criteri di suggestione, perlopiù diretti a creare attesa e attenzione, quindi con un crescendo emotivo. Il giornalista non era più legato a un canovaccio immutabile e inderogabile ma poteva crearsi uno stile personale. Uno stile narrativo.
Inevitabilmente la personalizzazione degli articoli ha via via mortificato la notizia, che oggi non sembra più come fatta da sé, essendo manipolata con largo impiego di aggettivi, digressioni, considerazioni e costrutti stilistici. Le vecchie regole sono comunque rimaste vive nel trattamento delle agenzie di stampa, dove tutt’oggi possono ritrovarsi testi che rispondono ai dismessi criteri di impersonalità, oggettività e grado di importanza delle notizie, essendo davvero molto raro trovare in flash d’agenzia aggettivi e avverbi o giri sintattici tesi a introdurre opinioni personali o preziosismi stilistici.
La nascita dei social ha tuttavia relegato le agenzie di stampa a un ruolo sempre più marginale, giacché a un soggetto di cronaca che prima si rivolgeva all’Ansa o all’Agi basta oggi un post sui social per fare arrivare una propria dichiarazione non solo alla stampa ma anche al pubblico. La proliferazione poi di giornali online, di siti web e di blog, unita al linguaggio conviviale ed estemporaneo assunto dalla televisione e dalla radio, ha contribuito a una maggiore deregulation del modello di espressione giornalistica e ad avvicinarne il linguaggio a forme di comunicazione quali lo storytelling, il brand journalism e la cosiddetta “narrazione”, un concetto sempre più utilizzato al posto dei vecchi termini di “pastone”, “resoconto”, “servizio”: un concetto che subdolamente induce a credere che, come la narrativa osa grandi verità immodificabili, anche il giornalismo, accostandosi formalmente ad essa, ricerca la verità incontrovertibile.
I ruoli si sono rovesciati, sicché mentre era la narrativa a volersi un tempo fare giornalistica nel senso di mostrarsi realistica e analogica, oggi è il giornalismo ad ambire a una veste narrativa. Ma quella che esita, operando sulla forma, è quanto viene chiamata, con ricadute nei contenuti, “post-verità”, la strada che porta infine alla fake news. Il classico linguaggio giornalistico, fatto di cose e non di parole, è così destinato ad assimilarsi a quello diegetico, cioè narratologico. E “racconto” oggi molti giornali intestano infatti quello che era il reportage, mentre i capiredattori richiedono non più articoli ma narrazioni.
3 – continua
