
Sigfrido Ranucci, sergente di ferro di una pattuglia di teste di cuoio riunite nella squadra d’assalto chiamata “Report”, ha rappresentato per molti, sottoscritto compreso, il meglio del giornalismo italiano, d’inchiesta e non. L’esempio più convincente di libertà di cronaca e di critica, di obiettività e di indipendenza, di coraggio e di professionalità. Fino all’attentato. Che avrebbe dovuto lanciarlo come eroe civile (secondo il progetto di Lavitola al quale lui stesso ha partecipato integrando il sondaggio) e dopo il quale, grazie o a causa dello stesso faccendiere arrestato, rischia di messere mandato a casa, ma soprattutto di dovere abbandonare il sogno di ergersi a leader del campo largo per le prossime Politiche.
Non sembra però che abbia del tutto abbandondato la chimera dello scranno, dal momento che gira l’Italia per esibirsi in uno spettacolo chiamato “Diario di un trapezista” che in sostanza è un rosario di imprese personali compiute durante la sua carriera: qualcosa che non solo un giornalista ma nessuno dotato di un minimo di dignità e di pudore dovrebbe mai fare, cioè esaltarsi in pubblico, senza contraddittorio e per giunta a pagamento, con biglietti che in alcune città arrivano a costare anche quaranta euro.
Un giornalista, ma anche un militare, un atleta, un sacerdote, non dovrebbe mai cucirsi addosso una tunica da semidio e parlare tonitruante di sé, perché dovrebbero essere gli altri a farlo per lui. L’io è sempre increscioso, diceva Pascal. Ma in particolare un giornalista dovrebbe, come un magistrato, tenere rigorosamente riservate le proprie inchieste, per rispetto dei soggetti tenuti sotto inchiesta e per osservanza di un principio deontologico che non fa del giornalismo una corsa al podio sul quale salire e ricevere medaglie al valore.
Perdippiù Ranucci ha scritto due libri, “La scelta” e “La casta”, allo scopo di reiterare la smisurata ipertrofia dell’io che in lui è davvero una seria affezione, tale da avere scritto oggi sulla sua pagina Facebook un breve post nel quale si paragona a Moro, Falcone e Borsellino come “voce che spaventa”. Nel primo libro, spinto dall’esuberanza di dire tutto di sé, anche l’inconfessabile, rivela gli amorazzi con alcune stagiste, una delle quali morta per colpa sua, e nel secondo, mutuando un titolo desueto e abusato oltre che fuori tempo e riprendendo vicende e casi anche di vent’anni fa già sciorinati, si atteggia a censore morale della classe politica.
Raccontando, in immancabile camicia bianca flessa sugli imperdibili jeans stretti, le gesta del “trapezista”, cioè le proprie, lasciando pensare a un giocoliere che si destreggi tra poteri forti e corrotti, mafie e internazionali del crimine, Ranucci tace del tutto le tumultuose vicende, ben più recenti, attuali e interessanti, che lo coinvolgono, ma intanto firma le copie dei suoi libri e trasmette il messaggio che lui c’è, che gli elettori di sinistra possono continuare a vederlo come il paladino della società civile e antifascista. Esibendosi in pubblico, il conduttore di “Report” in via di esautoramento cosa fa in pratica? Mostra una forma di difesa alla quale danno manforte le migliaia di ammiratori che, nonostante tutto, a leggere i commenti ai suoi video, continuano a manifestargli fiducia e rendergli omaggi.
Un giornalista rispettoso della verità quale che sia, non vanesio né ambizioso, sia pur tentato da lusinghe politiche, non dovrebbe dividere il Paese come sta facendo lui, perché accanto ai fans si muovono anche i detrattori che lo richiamano al dovere di stare perlomeno zitto e defilato in questo momento. A ben vedere, quella cui assistiamo è la classica condotta di chi in politica vuole mettersi in proprio. Sta nascendo forse un altro Vannacci di diversa cotta? Un irriducibile della lotta al sistema in lucco di integralista? Di sicuro si profila una candidatura in Parlamento, alla Salis e alla Roggero, nelle file perché no del Pd. Alla fine Ranucci ha dato ascolto al suo amico Lavitola che da profeta delle trame vedeva in lui un futuro politico. Che già Ranucci si sta costruendo andando in giro e incassando fondi per una campagna elettorale che per primo ha già iniziato. Forse il diario del trapezista (show che sarebbe da chiamare più esattamente “Diavolo di un trapezista”) è quello che sta scrivendo di piazza in piazza e da nuovi elementi d’inchiesta ad altri.
