
Giulia Innocenzi, dal 2023 inviata esterna di Report, voluta da Ranucci, non è giornalista, né professionista né pubblicista, ma fa a tutti gli effetti la giornalista. È stata praticante e doveva sostenere l’esame di Stato, che però non ha superato, dopodiché ha rinunciato, perché la Rai che la paga – e bene – la considera una “artista”, come sono visti la gran parte dei “giornalisti” di Striscia la notizia e Le Iene, e dunque la legittima a svolgere inchieste che per legge sono invece riservate solo agli iscritti all’Albo. Si chiama esercizio abusivo della professione ed è un reato. A chi gliel’ha ricordato la Innocenzi ha risposto che invece si chiama libertà di espressione sancita dalla Costituzione. Ma un conto è l’informazione e un altro l’espressione. La prima implica l’accesso alle fonti, la seconda consente il diritto di critica e di rendere pubbliche le proprie opinioni.
L’Ordine dei giornalisti trova molte difficoltà a fare rispettare la legge istitutiva perché, in base proprio al principio sbandierato dalla Innocenzi e alla prassi ingenerata dal genere ibrido dell’ infotainment (inteso a spettacolarizzare l’informazione), la categoria degli abusivi, ovvero degli showjournalist, si è estesa al punto da comprendere blogger, influencer e quanti usano i social per diffondere testi, video, interviste e notizie che in realtà sono il frutto di scelte personali interamente incontrollate e non il risultato di una elaborazione collettiva come avviene nelle redazioni dei giornali. Più che la libertà di espressione si è fatta strada la licenza di comunicazione, in nome di un supposto diritto a testimoniare riconosciuto anche a semianalfabeti, pregiudicati e maranza, come dimostrano i social.
I reel, i meme, i post, i video che oggi arrivano al telefono di ciascuno di noi con una forza che i giornali possono solo ricordare sono prova della massima licenza di espressione ma nello stesso tempo esempio di un tralignamento dell’informazione costituita sempre più come post-verità. In questo nuovo clima non conta il fondamento della notizia e nemmeno la notizia in sé ma l’interpretazione, cioè cosa si pensa di un fatto: che può addirittura non essere avvenuto. Trova fondamento la regola di Nietzsche per il quale non ci sono fatti ma solo interpretazioni. Di qui il passo successivo: la post-verità diventa storytelling, ovvero pubblicità. Una notizia viene dato in mano a figure quali gli influencer che ne fanno un uso diretto a commercializzare un prodotto.
La conseguenza dell’escalation di questo processo degenerativo si produce maggiormente nel caso della diffamazione. Ne rispondono sia iscritti che abusivi, con pene identiche per la diffamazione aggravata e quella a mezzo stampa, ma teoricamente chi non è giornalista rischia il carcere e, in presenza di post online virali, un risarcimento danni molto più oneroso.
L’iscrizione all’Albo offre dunque una maggiore garanzia a chi informa, ma anche a chi viene informato. Il giornalista ha delle regole da osservare che gli altri non hanno. L’accesso alle fonti, autorizzato e basato su un rapporto ufficiale tra giornalista e soggetto di cronaca, comporta per il pubblico una garanzia non di qualità ma di sicurezza: io lettore so che quella notizia è stata data da una fonte certa. E anche quando viene taciuta perché sia tutelata conservo quella certezza perché mi fido della professionalità cui è chiamato a rispondere il giornalista.
Quel che succede oggi è di ricevere bombardamenti di notizie non solo da soggetti non autorizzati a darne ma anche da fonti che molte volte neppure esistono. Nella palude extragiornalistica manca il fact-checking, l’istituto cardine dell’informazione ufficiale, ovvero il controllo del fondamento della notizia e delle sue fonti, che nei Paesi anglosassoni è affidato addirittura a giornalisti diversi dagli estensori degli articoli e che in Italia è compito dello stesso giornalista osservare. Queste prerogative ed altre sono garantite dall’Albo. Che la portata del fenomeno soprattutto social sta però rendendo sempre più anacronistico. Un po’ com’è per i giornali di carta.
La professione è destinata a diventare un mestiere per cui sarà giornalista alle dipendenze di una testata chi eserciterà attività di giornalismo per il tempo in cui continuerà a farlo? In realtà l’Albo esiste solo in Italia e poi anche in Portogallo, Brasile e Spagna dove però è meno restrittivo. Ma abolire la figura del giornalista professionista è come eliminare quella del sacerdote. Nel mondo protestante e nei più grandi Paesi cristiani il pastore sostituisce il prete e può essere qualsiasi civile, in diritto di celebrare matrimoni e funerali, così come di predicare il vangelo. Ma nel mondo cattolico è il sacerdote che officia le liturgie.
Nel 1997 si votò in sede di referendum per la soppressione, ma l’Albo resistette in forza di un principio che oggi non appare più valido e meno ancora lo sarà domani: il principio di responsabilità, per cui chi è iscritto nell’Elenco dei professionisti sa che porta una sorta di uniforme che lo obbliga a una condotta etica non richiesta a chi è libero di condursi alla stregua di un comune cittadino.
Ma la preponderanza della televisione sui giornali ha snaturato questo assetto. La televisione è spettacolo, anche quando trasmette un telegiornale, perché i giornalisti sono innanzitutto volti, pose, rendimenti, prestazioni, outfit, voce, gesticolazione. Conta più saper parlare “a braccio” che sapere scrivere bene ed è meglio essere giovani che maturi e ancora meglio di bell’aspetto. Il giornalismo vero c’entra poco con tutto questo.
La spettacolarizzazione dell’informazione propria della Tv e oggi anche dei social media ha portato a stravolgere e svilire la professione del giornalista. Casi come quello di Giulia Innocenzi dimostrano che è al tramonto. Ma ancor prima sono state le logiche dei Ranucci, dei dirigenti Rai e dei maggiori Network ad aver fatto del giornalismo un’arte, intesa come insieme di versatilità, prontezza, presenza, personalità, capacità di tenere lo schermo. E come artisti sono retribuiti quanti alle Iene, a Striscia e in tutte le trasmissioni di intrattenimento si dicono “conduttori” e “inviati” mutuando termini che fondono due mondi distinti.
Sorprende tuttavia che alla Innocenzi sia premesso di fare la giornalista a pieno titolo in una trasmissione il cui conduttore decaduto continua a vantarsi di aver allestito una squadra di eccellenti professionisti. La Innocenzi può magari essere brava, ma certamente, al di là del fatto che non è il colore della tessera, se amaranto o verde, a qualificare un giornalista, professionista non è. E siccome la legge 69 del 63 è ancora in vigore, lei è fuori legge. Come milioni di italiani del resto.
