
Gli Iblei detengono il 70 per cento della produzione italiana di carrubo, che nel 1929 occupava una superficie nazionale di 120 mila ettari ed oggi solo di 5500, oltre il 90 per cento in Sicilia. Per la sua preminenza, il carrubo si è fatto negli Iblei fama di essere il migliore amico dell’uomo, molto più dell’ulivo che gli assomiglia per longevità e una morfologia da ricordare i ghirigori dei palazzi barocchi. Certamente è il più assiduo compagno dell’uomo ibleo, cadenzandone la vita quotidiana perché sempre in vista ai lati delle strade, oltre i muri a secco, dove – scriveva Quasimodo – “trema nel fumo delle stoppie”.
Dei tre colori che tinteggiano il paesaggio ibleo, il verde degli alberi è unicamente il suo, in aggiunta al bianco dei muretti senza malta e al giallo dei campi. Placido e ieratico, associa la propria immagine a quella dei bovini che trovano nel solleone riparo nella sua ombra: ed è proprio in questa congiunzione tra elemento vegetale e animale che trova spiegazione la presenza del carrubo nell’areale ibleo.

Ne dà ampio conto un libro pubblicato da una casa editrice non a caso ragusana, la Abulafia, intitolato appunto Il carrubo è l’uomo, scritto a quattro mani (Carlo Blangiforti, Alessandro D’Amato, Antonio Sarnari, Stefano La Malfa) e da altrettante prospettive diverse: storica, letteraria, scientifica, socioeconomica. L’iniziativa nasce da uno spirito di naturale identificazione, che è proprio della coscienza ragusana, con un albero al quale la storia moderna è debitrice.
Nel Cinquecento l’istituto dell’enfiteusi, che distingue il territorio ibleo dal resto di quello siciliano, caratterizzato dal feudo, porta a un processo di sfruttamento intensivo del terreno che favorisce la zootecnia: di qui il rapporto sempre più stretto tra la stalla e i campi dove cresce il carrubo, il cui baccello si rivela per i bovini un foraggio a basso costo e ad alta proprietà nutritiva, tale da incoraggiarne la coltivazione. Il carrubo, albero solitario e scostante, diventa negli Iblei carrubeto, quindi industria capace di incentivare una produzione degna di un mercato di esportazione che nel porto di Pozzallo trova il suo punto maggiore di smistamento nel Mediterraneo. Ancora oggi nel Ragusano è raro trovare contrade o località che, come nelle aree dove il carrubo è rimasto un albero appartato, si chiamino con nomi suoi derivati quali “Carrubella”. Costituendo una presenza massiva, non può fungere infatti da toponimo.
Ma fino all’Ottocento, il baccello di carrubo rimane un alimento destinato agli animali, in coerenza con la parabola biblica del figliol prodigo che affamato invidia ai porci le “dolci siliquie”, dall’accezione greca. Diventa un alimento anche umano nelle grandi crisi belliche come per le campagne napoleoniche, la guerra di Crimea e successivamente la Seconda guerra mondiale. Ma è un cibo povero, nutriente quanto amaro. Nell’Ottocento, il suo seme (che per la sua durezza viene adottato come unità di misura dei carati) è anche materia prima per ricette aromatiche, sostitutivo del cacao, surrogato dello zucchero e dell’alcol. In “Carrube e cavalieri” lo scrittore modicano Raffaele Poidomani ne celebra la centralità nei costumi iblei e nel colore della vita comune, esempio che nel Novecento seguiranno altri autori di area come Maria Occhipinti (suo Il carrubo e altri racconti) e Gesualdo Bufalino.
Ma sarà soprattutto Piero Guccione che ne farà la bandiera del suo tempo, segnato dalla trasformazione del territorio ibleo in coltivazioni in serre che comporteranno l’abbattimento di migliaia di carrubi. Nel 1981 il pittore sciclitano dedicherà perciò una mostra allestita a Roma “all’albero che muore” e dipingerà carrubi trafitti e feriti, scossi dal vento che spazza ogni cosa, metafora della condizione umana nella quale l’insensibilità verso la natura si traduce in grido di dolore e in perdita. L’antropomorfizzazione del carrubo che in Guccione è suggerita, in Carlo Levi si fa invece esplicita, facilitata dalle sorprendenti fogge nelle quali l’albero mediterraneo si manifesta. E allo scrittore e artista piemontese è dedicato nel libro ampio spazio, così come a Guccione. “Abbiamo voluto – dice Carlo Blangiforti, che è anche dirigente della Abulafia – dividere il libro in due parti: la prima dedicata alla convivenza in simbiosi tra uomo e carrubo, la seconda all’identità dell’albero, al suo aspetto antropomorfico, così ben delineato da Levi e Guccione”.
È nel secondo Novecento che lo sfruttamento del seme sfarinato di carruba assume nel Ragusano, con la nascita di apposite industrie di raffinazione, la portata di una risorsa economica e diventa un core business per la produzione di un addensante richiesto oggi da mangimifici e da colossi come Nestlé e Ferrero. “Se si pensa che un albero di medie dimensioni -continua Blangiforti – può produrre quattrocento chili di carrube, senza che siano necessarie grandi spese, si ha contezza dell’importanza di un settore che però oggi è appannaggio soprattutto della Spagna”.
Dopo gli anni della decimazione e del privilegio della zona trasformata, il carrubo ibleo sta rifiorendo non tanto come alimento bovino ma come elemento derivato, rimanendo del tutto irrisorio il consumo a tavola se non per prodotti dolciari sempre tuttavia meno richiesti. Al di là dell’utilizzo che se ne fa, il carrubo continua comunque ad essere visto e vissuto come un carattere dell’identità iblea ed è proprio al consolidamento di essa che il libro della Abulafia ha inteso dare un contributo.
