
Nonostante i superlativi riconoscimenti di George Steiner e Primo Levi, come di altri letterati (non molti), Stefano D’Arrigo è un autore che in Italia è ancora in cerca di fortuna, a ben più di trent’anni dalla scomparsa. Eppure il suo nome di battesimo era proprio Fortunato, quello che nel Messinese viene dato ai trovatelli e che lo scrittore di Alì Terme cambiò nel desiderio di cancellare in qualche modo i suoi natali, essendo figlio di una probabile meretrice. Andava su ogni furia quando non lo chiamavano Stefano, a cominciare dall’asfissiante moglie Jutta, ma con una sola persona per tutta la vita volle essere Fortunato: il suo conterraneo e amico di gioventù Cesare Zipelli, compagno di pensione a Roma, ingegnere trapiantato e morto a Ragusa, collezionista inesausto di opere d’arte che oggi costituiscono il patrimonio della sua casa divenuta museo.
D’Arrigo e Zipelli si sono scritti per oltre quarant’anni, restituendo un carteggio che testimonia non solo come in ogni lettera figuri in calce il nome vero di D’Arrigo, ma quanto fraterni fossero i loro rapporti. Fortunato trovò in Cesare il suo generoso benefattore, acquirente di molti dei quadri che lo scrittore smerciava e offriva in vendita agli appassionati più in vista e in denari, e anche il suo suggeritore occulto: il primo che lesse le pagine dei Fatti della fera e poi di Horcynus Orca, dandogli preziose informazioni tecniche sulla marineria nello Stretto, il solo che svolse ricerche dettagliatissime per il secondo romanzo marino di D’Arrigo, stavolta ambientato nel mare ragusano, ma fallito per via della morte improvvisa.
Zipelli raccolse maniacalmente ogni appunto che riguardasse D’Arrigo riempiendo sette raccoglitori che costituiscono un faro sulla vita dello scrittore e la sua opera. Vi sono contenute anche le centinaia di lettere spedite da D’Arrigo, quasi tutte manoscritte per la sua riluttanza a servirsi della macchina per scrivere, e di difficilissima interpretazione anche per Zipelli a motivo di una grafia scomposta e irregolare e di una singolare abitudine a scrivere nello stesso foglio continuando in verticale e poi a cerchio.
Sono lettere tutte inedite, decisive per dare un volto anche privato all’autore più originale del Novecento. Si apprendono interessanti particolari non solo sulle attività più riservate dello scrittore ma anche sulla genesi delle sue opere. Cosa faceva D’Arrigo per vivere, oltre che fidare sullo stipendio di impiegata Inps della moglie? Come operava nella sua officina creativa e come nasceva la sua ispirazione? Quali reali sforzi spese per completare Horcynus Orca e come elaborò l’idea del secondo romanzo di mare?
Il quarantennale carteggio tra i due conta oltre cento lettere rimaste quasi tutte inedite. Del rapporto tra i due amici e della genesi di Horcynus Orca, come del secondo romanzo marino al quale Zipelli diede un grosso controibuto, ne ho scritto anni fa. Quanto alle lettere ne rendo pubbliche due (in parentesi le parole illeggibili) che appartengono non solo a due età diverse ma anche a due differenti stati d’animo dell’autore. Lette insieme offrono il senso di cosa è stato Horcynus Orca.

La prima lettera è di quindici anni prima dell’uscita del “libro” e D’Arrigo pensa di essere alla fine, sicché cerca una dattilografa per comporre il testo da consegnare a Mondadori. Anch’egli non vede l’ora di uscirne, ma nemmeno lui sa che è ancora all’inizio della grande fatica che gli costerà la salute.
Roma 16 febbraio 1960
Rino caro,
mi pare d’averti lasciato un sacco di tempo senza notizie (anche perché dall’ultima cartolina non ti avrò fatto capire granché). Quanto al libro posso dirti che stiamo cercando una dattilografa alla quale io possa dettarlo. Né posso farlo io (ci metterei un anno perché mi fermerei in ogni rigo a pentirmi di tutto) né lei, la dattilografa, perché il dattiloscritto che avevo, dopo i tagli e i rappezzamenti fra i tagli, è più un manoscritto ormai e oscurissimo anche per Jutta che con la mia calligrafia si orienta più d’ogni altro. Trovarla questa dattilografa, che venga a casa, e con quello che pretendono (da 70 a 80 lire la cartella, sicché mi verrà a costare quasi ottantamila lire – e anche questa è colpa mia, perché, ci avessi saputo fare, non mi sarei ridotto a questo). Mi sento arrossire ormai se penso a tutto quello che ha richiesto da me (e da Jutta più di me) questo libro che forse non ci ripagherà nemmeno per la centesima parte.
Non desidero altro che uscirne al più presto. E Jutta te la puoi figurare quanto lo desideri. L’ho portata al limite massimo della sopportazione. E anche i miei amici, tu in testa. E poi Mondadori (non so ancora se hanno deciso di pubblicare dopo le poesie, [Codice siciliano è uscito nel 1957] perché dicono – e io ne sono convinto – che non è opportuno mai far precedere un romanzo dalle poesie – a così breve tempo l’uno dall’altro, s’intende). Rino caro, non occorre dirti che te ne manderò subito copia non appena sarà battuto (se tu non verrai a Roma prima). Non so più a questo punto cosa ho fatto se (…) cosa occorra e se buona quanto buona. Proprio non lo so. Forse è ancora troppo lungo, qua e là prolisso, non lo so. In questo mi dovrai consigliare.
Rino caro, sono tante le cose da dirti ma aspetto di poterti scrivere con più comodo. [Cancellata dallo stesso D’Arrigo la parte rimanente]


Horcynus Orca è uscito da sei mesi e nell’estate del 1975 D’Arrigo pensa già a lavorare su altro romanzo, sebbene confessi all’amico Rino di non stare bene. Ma è fiero e contento come un esordiente dell’andamento del suo principale libro.
26 luglio ’75, Roma
Mio carissimo Rino,
la notizia più bella che ci dai nella tua lettera da Spoleto è quella che riguarda la nostra amatissima Doris [moglie di Zipelli] che legge l’Horcynus «un po’ alla volta» come tu dici, secondo il suo carattere, sì, ma anche secondo il carattere del romanzo. L’abbracciamo perciò qui, subito, Doris, Jutta e io. E abbracciamo qui, subito anche te, Rino caro, per ogni copia dell’Horcynus che devi regalare (e quadri no? che regalerai).
Se potevate passare (da Spoleto) a trovarci, vi sareste forse incontrati qui, da noi, con un grande fotografo americano: Thomas Viktor, venuto a fotografarmi per incarico del New York Times. Ci ha fatto leggere la lettera speditagli a Spoleto (dove lui era per un libro fotografico sul balletto che sta terminando): nella lettera del N.Y. Times veniva pregato di andare a fotografare “D’Arrigo (“the biggest”), la Morante e Volponi» (letteralmente). Non ti dico che scoppio di gioia per Jutta e per me leggendo quel “the biggest”.
Rino caro, Pugliatti [Salvatore, accademico messinese], col suo indirizzo, mi ha scritto una davvero memorabile lettera-saggio di otto facciate che inizia e finisce «con un abbraccio affettuosissimo per Fortunato e Jutta che per me siete uno». Devi, dovete leggerla. Spero di ricordarmi di farvi fare una fotocopia dalla Mondadori. Gli ho risposto dicendogli fra l’altro che è un peccato non sia stato registrato tutto quello che lui è andato dicendo, a non finire, con questo e con quello, da quando è uscito il libro, sull’Horcynus, tanto, come lui mi scrive «che avrei potuto mettere insieme un volume». Gli ho pure scritto (ma il più della mia risposta concerne il suo exploit saggistico) che se mi autorizza, vorrei farla leggere perlomeno ai mondadoriani più stimati, da Mimma Mondadori a Vittorio Sereni a Domenico Porzio. Anche Saitta [Antonio, studioso e libraio messinese] mi ha scritto, anche lui, (…) a lui, molto caro. Mi ha scritto fra l’altro da libraio (non ti dico da lettore) che nei suoi 58 anni di attività non aveva mai registrato un tale successo di vendite: 300 copie nella sua sola libreria, «un record per Messina». Anche noi, Rino caro, siamo (felicemente, no?) sorpresi dell’accoglienza di Messina.
Ora ti dico, Rino caro, quello che faremo quest’estate che poi sta per finire. Faremo qualcosa per agosto perché sino oggi siamo stati costretti a non muoverci da questa fornace di Roma perché giugno e luglio io ho dovuto proseguire, dopo un’altra visita di controllo del Prf. Bartorelli (il medico di…), la terapia iniziata a Milano, un altro ciclo (per flebo) senza saltare nemmeno la domenica. Sto molto meglio, ma devo stare meglio da lavorare ancora. Comunque ha ragione Jutta quando dice che già così lei si ritiene miracolata. Per agosto andremo qualche settimana a Castiglioncello. Poi per settembre ci sono gli eventi all’estero: prima la Svezia e gli Stati Uniti, ci sono le traduzioni e vedremo come fare, che fare, con Jutta ancora legata all’ufficio (ora è alla Cassa del Mezzogiorno) e con (…). Scrivimi, Rino, (…): anche se le lettere mi fanno paura, ora più che mai; noi però riprendiamo a scriverci, tu magari aspetterai un po’ ma a te risponderò sempre. Scrivimi, scriveteci perciò, Rino caro, perché abbiamo bisogno di sentirvi, sentirci vicini due amici come noi: sentirvi se non vedervi. Jutta e io vi abbracciamo con tutto il nostro affetto.
Tuo Stefano


