
Quando Trump dice che la Groenlandia gli serve per motivi di sicurezza non è mai chiaro nel precisare se l’isola danese serva più agli Usa o all’Occidente come cuscinetto contro le mire combinate russo-cinesi intese a militarizzare l’intera regione di frontiera, avendo evidentemente compreso da tempo Mosca e Pechino che quella è una zona tanto vulnerabile quanto nevralgica e remunerativa in termini di risorse naturali. Il disgelo dell’Artico ha peraltro aperto la strada a navigazioni commerciali che potrebbero essere preferite a quelle storiche attraverso il Mediterraneo e nell’Atlantico.
La risposta sembra implicita nella rivendicazione, giacché gli Usa sono parte dell’Occidente e dunque sarebbe l’intera alleanza Nato a intensificare la presenza in Groenlandia, magari con un contributo statunitense maggiore, come è sempre stato in ogni crisi. In realtà gli interessi di sfruttamento del sottosuolo, uniti al controllo delle nuove rotte nel Circolo polare artico, costituiscono i veri motivi che smaniano Trump, il quale ovviamente non può né intende condividere nessuno di essi con il resto dell’Occidente. Se dunque la Groenlandia serve agli Usa in un’ottica Mega (“American First” più antieuropeismo come superamento del teorema Maga), occorre chiedersi a che punto si spingerà la dottrina neoimperialista adottata da Trump. Fino al Mediterraneo forse?
Oggi il Mediterraneo è di fatto cruciale quanto lo è diventata la Groenlandia e al centro di esso si trova la Sicilia a fare da spartiterra tra due continenti e da fulcro di mezza dozzina di civiltà: una terra da dove gli americani cominciarono l’opera di smantellamento del nazifascismo, sulla quale sorgono la Base aerea di Sigonella più altri siti logistici di trasmissione spaziale e che fu scelta per posizionare i missili Cruise.
Potrebbe Trump pensare domani che gli serva per analoghe e forse più serrate e urgenti ragioni di sicurezza? Ipotesi immaginifica quanto si vuole, ma che ha un fondamento: protetta la linea di confine artica con un intervento di gestione diretto, l’esigenza di coprire il fianco mediterraneo potrebbe prospettarsi per Trump come consequenziale, giuste le considerazioni avanzate dal nostro ministro degli Esteri Tajani che qualche settimana fa auspicava la costruzione del Ponte sullo Stretto per evacuare la popolazione siciliana in vista di un attacco da sud. Il presidente Usa potrebbe fare, perché no, proprie tali considerazioni e ricordarsi magari che i siciliani hanno provato con una specie di guerra civile a tavolino di diventare nel ’45 la cinquantesima stella della bandiera a stelle e strisce e rendersi conto che tutt’oggi circola nell’isola uno spirito separatista e filo-americano tutt’altro che sopito, al quale basta essere fomentato per tornare a divampare. (leggi https://giannibonina.it/2016/07/14/indipendentisti-siciliani-una-guerra/)
Cosa succederebbe allora se Trump lanciasse ai siciliani l’imperativo di rimettersi in piedi? Il Movimento indipendentista siciliano, la cui ultima fronda si è avuta con la rivolta dei Forconi, se si è smembrato è stato solo per via delle lotte intestine ingaggiate sulla sua leadership, ma un richiamo forte all’unità e all’azione lo farebbe non solo tornare in piazza ma mandare anche al fronte.
E paradossalmente Trump avrebbe più chances di acquisire la Sicilia che non la Groenlandia. Può fidare in una parte significativa della popolazione, storicamente sempre pronta ad accogliere invasori in lucco di vincitori, e può confidare nell’alleanza stretta – più esattamente dominio concordato – con il governo in carica e in particolare con Giorgia Meloni. La quale non è Bettino Craxi, che nel 1985 ordinò ai carabinieri, nell’aeroporto di Catania, di circondare i marines che si erano asserragliati attorno a un aereo sul quale si trovava un terrorista ricercato negli Usa, e di tenersi pronti ad aprire il fuoco. Meloni, come tutti i leader e gli statisti democristiani del tempo, ha come fatto atto di subordinazione nei confronti di Trump ed è al momento impronosticabile quale potrebbe essere il suo atteggiamento non formale ma sostanziale di fronte a una richiesta di Trump di avere la Sicilia, contro la quale non è affatto scontato che il Settentrione insorga per dire no.
Sta di fatto che se fallisce l’impresa di conquistare la Groenlandia, come dice Trump, “con le buone o con le cattive”, anche le possibili pretese di avere la Sicilia verrebbero meno, perché legate a un quadro complessivo di strategia difensiva. Certo, se Tajani si è lanciato nell’ipotesi di un attacco da sud all’Occidente e lo ha fatto per qualche ragione da lui veduta, qualche idea di dozzina a Trump deve essere balenata in testa. Il caso Groenlandia, in questa visione, assume a qjuesto punto un’importanza che spinge a tifare per la Danimarca, nulla togliendo tuttavia che possa aversi una spinta uguale e contraria rivolta oltreoceano.
