
Non è nella natura umana che un bambino di nove anni non ritenga “una buona idea”, parole sue, quella di stare da solo con la madre, perché non c’è figlio piccolo che non voglia essere sempre con la mamma. Eppure Giovanni Trame, sgozzato dalla madre a Muggia, nel Triestino, appena si sono trovati da soli, questo ha detto alla psicologa Erika Jacovcic che, richiesta come perita d’ufficio dal tribunale di Gorizia, ha dato parere positivo circa possibili incontri non protettii tra Giovanni e Olena Stasiuk, 55enne ucraina dal 2017 separata dal padre del bambino, da sempre contrario alla possibilità di lasciarla con Giovanni, giudicandola “pericolosa”. Evidentemente la conosceva meglio della psicologa, che per mestiere dovrebbe essere più autorevole e affidabile.
Quando il piccolo Giovanni, alla domanda se fosse pronto a incontrare la madre senza la presenza di un assistente, ha risposto alla Iacovcic che non era un buona idea, l’esperta perita di nazionalità balcanica avrebbe dovuto trarre da quella sola evidente esitazione (riportata negli atti del provvedimento giudiziario) motivo per decidere non per favorire il legame naturale madre-figlio, scommettendo sulla sua opportunità e sul suo fondamento teorico, ma per assumere una maggiore prudenza nell’orientare la scelta del tribunale che dal canto suo ha tenuto un atteggiamento pilatesco.
La psicologa, raccogliendo anche il desiderio di Giovanni di vedere mamma e papà di nuovo insieme, si è affidata ai manuali e alla casistica, forzando la situazione per darle uno sbocco positivo. E se lo stesso tribunale ha convenuto circa questo percorso, è molto difficile stabilire che hanno sbagliato e che sono stati imprudenti o superficiali. Ma, nel caso in questione, non c’era solo la titubanza del bambino a vedere da solo la madre, di cui aveva nondimeno paura al di là dell’affetto filiale, ma anche la reiterata testimonianza del padre, che insisteva perché non avesse la possibilità di trovarsi da sola con il figlio. Giovanni era stato munito proprio dal padre di uno smartwatch con il quale dare subito l’allarme, ma che non è stato usato. Neppure questo elemento ha suggerito cautela alla psicologa e dopo al tribunale, che hanno voluto essere ottimistici, dando fiducia a una madre non vista come una Medea che ordisce l’atto folle di vendicarsi del marito sul figlio che lui definiva “tutta la mia vita”, ma come una Penelope decisa a riaccendere il focolare domestico e proteggere il suo Telemaco.
La morte di Giovanni, così intelligente e maturo da capire da sé e da solo che non sarebbe stata una gioia rivedere la madre e che pure si è offerto a un martirio prevedibile, temuto e preventivato, come farebbe un bravo bambino che crede solo nell’ordine naturale delle cose, nel suo caso sconvolto, è il risultato di perizie, valutazioni, norme giuridiche, relazioni che si sono rivelate inadeguate di fronte al fatto concreto. Le leggi hanno un valore generale, ma come diceva sono un sacco nel quale però bisogna metterci l’uomo: per dire che un caso è sempre diverso da un altro. Nessuno psicologo può mai conoscere dopo qualche seduta una persona, ancor meno un bambino, che ha una storia tutta e solo sua e di cui nemmeno lui ha piena coscienza. Ci sono casi, come questo, nei quali giudici ed esperti sono i meno indicati a prendere decisioni che riguardino la sfera di rapporti personali e di più familiari che rispondono a logiche e criteri da lasciare studiare ai filosofi.
