
Si narra di un cavaliere che in età molto remota, attraversando i Peloritani sulle sue creste, si fermò davanti a un panorama mai visto dove l’orizzonte del mare era alla sua altezza e a fondo valle un fiume parallelo alla costa emergeva come una sua propaggine tra due cinte, a sinistra due gobbe montuose di cammello e a destra un massiccio a forma di Madonna: e lì, rapito da tanta bellezza, il gentiluomo di un tempo cortese pose una pietra rotonda di calcare bianco perché vi sorgesse un borgo. Che è nato, è diventato un casale e si è fatto anche vecchio, tanto che oggi si chiama Casalvecchio, quasi un nome comune che è diventato proprio con l’attributo di “Siculo”.
La prima pietra è ancora oggi visibile alla base di un palazzo diruto, ma è inamovibile: perché così vuole la leggenda. Sotto di essa il misterioso cavaliere volle infatti depositarvi un pugnale tempestato di pietre preziose, mettendo così il borgo sotto la sua imperitura protezione.
E c’è da crederci se l’etimo deriva, a stare all’enciclopedista settecentesco Vito Amico, da calatabiet, in arabo “castello di ‘al Biet”, che forse è il nome del cavaliere errante, a questo punto da ritenere di stirpe araba. Ma c’è chi pensa a Re Ruggero addirittura (suggerito da una fontana chiamata Acqua Ruggia) e chi a Sant’Onofrio, patrono del paese, di origini orientali e principe fascinoso, immortalato in vesti regali nelle vetrate della chiesa madre dove risalta un clamoroso dipinto anonimo che riscrive la Natività perché il Bambino è in braccio a Giuseppe che lo culla mentre Maria è intenta a leggere un libro e volge al figlio uno sguardo di sufficienza.
Ma quel cavaliere ecista e fatalista non sarebbe rimasto il solo a lasciare traccia nel casale nato abbarbicato su un lungo declivio che pare dover trascinare ogni casa a mare. Croci dell’Ordine di Malta che costellano molti portali, architravi e volte, nonché la chiesa dell’Annunziata persino, testimoniano retaggi di una nobiltà di animo e di vocazione, la cui prova storica è offerta dalla presenza degli enigmatici misteriosi monaci basiliani, i cenobiti apparsi per un breve periodo e poi scomparsi nel nulla, anch’essi venuti dall’Oriente insieme con le croci dei templari. A loro è dedicata una grande tela conservata nell’appartata chiesa di San Teodoro che mostra due basiliani adoranti ai piedi di una Madonna col Bambino, chiamata dell’Itria, che in Sicilia sta per Odigitria, cioè colei che indica la via, un tipo che costituisce il modello mariano per il quale i cavalieri templari nutrivano una passione indomita.
A tre chilometri da Savoca, irrisa a settembre dal camiddu portato in scorribanda a simboleggiare la “sella” formata dalle gobbe montuose sulle quali sorge, Casalvecchio è altrettanto gravido di significati esoterici. La sua migliore storia l’ha fatta il baco da seta che nella prima metà del Novecento portò la popolazione oltre i cinquemila abitanti mentre oggi essa è scesa a quattrocento abitanti scarsi. La lavorazione della seta ha fatto ricco un paese che si è poi spopolato in un’emorragia inarrestabile, che lo ha impoverito e trasformato in borgo e in museo all’aperto della cultura contadina. Dove bisogna arrivare in punta di piedi e in rispettoso silenzio, meglio da soli, perché nelle vanedde che si diramano da Piazza Vecchia, dove sorgeva un tempo la florida filanda regina dei Peloritani fino a Castroreale, è possibile incontrare le ombre di monaci e cavalieri, magari eremiti come Sant’Onofrio e Sant’Elia, altro pellegrino orientale capitato e rimasto in questo mondo separato ed elevato, o perché no riuscire a trovare, scavando con le unghie la pietra bianca e rotonda sotto un arco e sfidando l’incantesimo suggellato dal primo cavaliere fondatore, il pugnale di diamanti che è il vecchio talismano e la leva di questo casale magico e stregato.
Leggi anche
