
Gibellina capitale italiana dell’arte contemporanea 2026 commemora il terremoto del 15 gennaio 1968 e celebra la fondazione della nuova città dell’arte concepita negli anni Ottanta. Una serie di iniziative sono state programmate per il 15 gennaio, presenti il ministro della Cultura Giuli e autorità regionali. Nel 2003 su La Sicilia scrissi un reportage che nel 2006 si aggiunse ad altri dello stesso genere nel libro L’isola che trema (Avaglano, premio Alvaro 2007). Lo ripropongo senza variazioni.
Ogni tanto qualcuno si vede tra le macerie della vecchia Gibellina, sul declivio dello sperone di Roccatonda. Cerca ricordi tra le pietre gialle di gesso come la nepitella che un tempo raccoglieva tra le vigne nere e il maggese di pervinca; e rivanga luoghi di un paese che il terremoto non ha cancellato dalla memoria ma soltanto dalla terra. “All’acquatinta”, “Acquabbona”, “A strata ranni”, “A scala di lu turcu”: nomi di una nenia antica che risuonano per i “gibellinesi del paese” come una litania e per i “gibellinesi della città” come una liturgia.
A un portone di un palazzo diroccato qualcuno ha messo un lucchetto nuovo. In un andito sberciato che doveva essere una cucina qualche altro ha scritto “Gabinetti pubblici”. C’è ancora chi non si rassegna alla perdita del paese, scomparso nel frastuono di cento carretti siciliani lanciati sul basolato e nel rosso igneo con cui Guttuso ha avvampato una notte allunata colma di scialli neri e giacche di fustagno. C’è ancora chi non accetta di chiamare ruderi le proprie macerie.
Leonardo Cangelosi vive in una bella casetta a due piani della nuova Gibellina, in una via che è uguale a tutte le altre, ognuna con il nome di un siciliano illustre. È stato per decenni uno dei tre medici del paese e per quattordici anni il solo “dottore” dei campi di Rampinzeri e Santa Maria delle Grazie, i villaggi dei terremotati. I suoi figli sono nati nelle baracche, non diversamente da tutta la generazione che ha popolato la città, giù nella valle del fiume Freddo. Ha scritto anche un libro sul paese prima e dopo il ’68 e lo ha intitolato Addio Gibellina. Quando va ad Alcamo a trovare parenti si ferma tra le pietre morte del paese e siede al sole, lo sguardo velato non dal riverbero ma da una lacrima, nel silenzio sepolcrale che rende assordanti i rumori riecheggianti dalle botteghe, le carnezzerie e le falegnamerie che nel suo libro ha trascritto una per una in un elenco uguale a un monumento ai caduti che ricorda un paese di anime vive. Cangelosi ha casa anche a Palermo, ma preferisce vivere da forestiero nella città nuova pur di rimanere nell’unico posto che si chiami comunque Gibellina, di ciascuno degli abitanti del quale ricorda le case di tufo e di pietra dove entrava con la sua pennicellina e la sua barba di brav’uomo.
Non è vero che quando va ad Alcamo si ferma tra i ruderi del paese. È vero invece che va ad Alcamo per tornare tra le sue pietre. E vedere “Peppi lu babbu”, che in paese tutti schernivano e che un giorno sparì, all’età di trentatré anni, per ricomparire, passato tantissimo tempo, il giorno del terremoto. Lo videro aggirarsi sconvolto tra le rovine, non riconosciuto da nessuno ma fonte per tutti di serenità e pace, finché uomini truci e torvi lo cercarono tra gli “alloggi provvisori” e lo trascinarono nella piazza della vecchia matrice diruta e lì lo crocifissero, all’età di trentatré anni ancora, su una croce di travi affumicate. Cangelosi ha conosciuto Peppi da bambino e, quando scomparve e fu scordato, sapeva già che lo avrebbe rivisto. E ancora lo rivede oggi quando va in paese a risentire l’odore che fa la cara terra di casa. Dove fu l’ultimo sindaco prima che il terremoto dichiarasse nulle le elezioni di quel 15 gennaio. Si dimise perché intuì che quanto gli ripeteva un amico assessore, “M’ammazzano, m’ammazzano”, era una minaccia rivolta a lui e alle sue idee di sinistra. La mafia non sapeva, né Cangelosi poteva immaginare, che sarebbe bastato aspettare qualche mese perché tutti gli affari urbanistici si azzerassero e nascessero ben altre e più lucrative speculazioni edilizie.
Nelle baracche di gelo e di rovento emissari di fantomatiche imprese edilizie si presentarono ai senzatetto con le loro case disegnate su una carta, gli eucalipti, il cancello e il garage aperto, tutto pronto ad aspettarli, solo che consegnassero i soldi avuti dallo Stato, una decisione da prendere sul momento qualmente le case erano contate come lo erano state le baracche. Volatilizzate le ditte e persi i soldi, due ragazzi dei tanti sognatori beffati si uccisero non resistendo all’idea di aver perso anche la speranza in un tetto di cemento.
Il terremoto è durato quattordici anni e non ha distrutto solo il paese ma anche il sentimento comune. “Siamo tutti sparpagliati” dicevano i gibellinesi ripetendo un motivo televisivo allora in voga. Tutti per conto proprio, famiglia contro famiglia, compare contro compare, socio contro socio, diedero allora vita a una gara senza risparmio né requie per conseguire il migliore risultato: intascare i contributi dello Stato, occupare il suolo nella nuova città da fondare a valle e cominciare a murare. Molti andarono oltreoceano, altri scelsero paesi vicini, ma la maggioranza vagheggiò il sogno indicibile di una città tutta nuova, una città e non più un paese: dove ogni casa avesse il suo giardino e le famiglie potessero vivere in abitazioni contigue com’era nelle baraccopoli, e ciascuna stanza avesse le comodità che in paese non c’erano e che anche la città fosse bella come una città vera con le strade grandi e le piazze larghe e tutto quanto.
Fu una corsa all’oro, un’avventura di padri pellegrini e di pionieri, una vicenda biblica, una storia incredibile che trasformò una popolazione di contadini in una folla di muratori. La classifica finale della gara è scritta oggi nella pianta della città: la distribuzione delle residenze che si diramano dal centro alla periferia è scandita più dal censo che dal ceto in una logica dominata dal denaro e dal potere. Ogni casa documenta chi sta meglio ed è arrivato prima.
Ma è una pianta studiata a tavolino, dove il centro è solo virtuale: per convenzione è indicato il municipio che però non è in piazza, cioè al centro. I gibellinesi hanno dovuto rifarsi una mentalità e farsi siciliani di un’altra natura. La nuova Gibellina ha una densità abitativa di 350 abitanti per ettaro contro i 3200 del vecchio paese, ma è chiamata città perché non ha una piazza dove batte il cuore. Ha al suo posto un “sistema delle piazze” concepito come un’opera d’arte: una successione griffata di larghi nessuno dei quali induce tre gibellinesi a formare un capannello. Gibellina ha ogni giorno l’aspetto del centro storico di una città domenicale: strade deserte, traffico inesistente, parcheggi a perdere, semafori a vuoto, passanti come cani solitari. Ogni marciapiede espone panchine in stile ma è impossibile trovare due anziani seduti a parlare come su un pisolo a una cantoniera. Quando si incrociano come facevano in Via Umberto, i gibellinesi del paese si guardano e non si fermano perché non sanno che dirsi se non trasmettersi con gli occhi un interrogativo muto: “Ma che ci facciamo qui?”. Si conoscono da generazioni e adesso non sanno chi sono. Quando, sei volte al giorno, dalla torre del municipio si diffondono in tutte le case brani sonori che riproducono, a secondo delle ore e con effetti informi e computerizzati, cantate e parlate riprese dal vero dalla voce dei gibellinesi del paese, i vecchi rimpiangono le ore e i quarti che intonava la “principessa”, la campana più bella del campanile della chiesa madre. Inghiottendo le lacrime, vivono perciò chiusi in casa, la casa bella e comoda per la quale hanno rinunciato alla vita, spesa tutta quanta per un tetto.
Si ritroveranno lassù sulla collina, nel cimitero vecchio dietro il paese, dove molti hanno già la tomba, un piccolo camposanto quadrato e pendente sopravvissuto con tutti i suoi morti al terremoto, alla mafia e ai costruttori della città nuova. La quale ha il suo cimitero artistico, disegnato da Consagra, tutto fregi e movenze ornate, dove solo i gibellinesi della città lasceranno le loro ossa separandole da quelle della propria stirpe. Ogni anno, nel giorno dei morti, i gibellinesi fanno visita ai loro due cimiteri e il Comune attrezza navette per gli anziani che prendono in massa la via della montagna che torna al paese delle madri, nella terra che è rimasta il solo territorio comunale. Un paradosso surreale: il Comune si trova in montagna, a venti chilometri, disabitato e spento, mentre la popolazione vive a valle in una enclave insinuata per concessione tra i territori di Salemi e Santa Ninfa, dove solo la cinta urbana è territorio gibellinese, mentre un metro oltre l’ultima casa tornano a garrire i gonfaloni dei paesi vicini. Un paradosso che crea paradossi. I gibellinesi proprietari di terreni coltivati sono stati strappati alla loro terra e portati a valle cosicché i terreni rimasti lassù incolti si sono deprezzati finendo nelle mani degli alcamesi che sono i più vicini. La ricostruzione della nuova Gibellina ha tenuto conto non dei proprietari ma dei braccianti che ogni giorno calavano a valle per mettersi al comando dei padroni salemesi.
Per scongiurare lo sradicamento e dunque la perdita dei terreni si era pensato a una strada che accorciasse la distanza tra vecchia e nuova Gibellina scavalcando Santa Ninfa, cosicché i coltivatori diretti potessero essere meno lontani dai loro campi, ma la strada di Puntiddu è rimasta incompleta per colpa del terreno franoso. I due paesi, indicati dalla segnaletica stradale con i toponomi di “Gibellina Nuova” e “Ruderi di Gibellina”, hanno scisso da tempo e per sempre il cordone ombelicale. Vivendo qualche mese a Gibellina, una ragazza di Torino ha steso la sua tesi di laurea sulle due realtà per scoprire se la natura fosse rimasta unigenita. Ma basta un giorno per capire che Gibellina è una creazione artistica, un happening dove gli abitanti sono anch’essi elementi nati dal genio, attori nelle mani di un regista che ripete le stesse messinscene per un pubblico da mettere di fronte all’utopia realizzata e personificata.
Il regista si chiama Ludovico Corrao. Già parlamentare e sindaco, è lui il profeta, il patriarca Mosè che ha portato i gibellinesi dal monte alla valle. L’intenzione del governo era di creare un solo Comune dei resti di Gibellina, Salaparuta e Poggioreale, ma lui chiamò i soli gibellinesi a una missione, elevandoli al rango di popolo eletto dell’Arte. “Vi darò una città nuova – disse ai contadini all’addiaccio. – Una città lontana da qui, ad est, vicina all’autostrada che stanno costruendo. E verranno ad abbellirla i migliori artisti, i più grandi scultori, gli architetti più conosciuti”. I contadini e gli artigiani, come un vero popolo eletto, dissero inopinatamente sì. E fu l’esodo. E videro che la città sorgeva secondo le intenzioni del loro profeta. Corrao lanciò un appello alla comunità artistica e il mondo della creazione rispose con un entusiasmo che ha avuto del miracoloso. La città in costruzione divenne un grande laboratorio dove gli artisti producevano opere d’arte viste anche come opere pubbliche. A Gibellina arrivarono Alberto Burri, Pietro Consagra, Arnaldo Pomodoro, Giuseppe Samonà, Carla Accardi, Joseph Beuys, Mario Schifano, Toti Scialoja, Mimmo Paladino, Francesco Venezia e decine di altri artisti. Erano gli anni Ottanta e l’esperimento richiamò l’attenzione anche degli scrittori che, Sciascia in testa, furono attratti dall’idea di una Sicilia tanto astratta da essere inconcepibile e perciò da descrivere.
Le Orestiadi divennero il momento di celebrazione annuale della rifondazione di una città che cresceva sotto il soffio creativo dell’arte, come disse Corrao che da profeta passò presto a fare il proconsole. Le macchine da scena allestite per le rappresentazioni funsero da elementi decorativi della città finendo in piazze e incroci, moltiplicando via via la presenza dei manufatti artistici visti in una funzione che fu trovata utile dai gibellinesi del paese per riconoscere le strade ed evitare, com’è successo loro per molti anni, di girovagare e chiedere ai passanti la direzione di casa propria.
Ma per i gibellinesi della città le opere d’arte disseminate e compenetrate nella stessa struttura urbanistica hanno comportato un interesse che ha spinto decine di ragazzi a scegliere indirizzi universitari di architettura o ingegneria se non farsi essi stessi artisti. È successo a un macchinista di treni, Carlo La Monica, di frequentare per molto tempo Consagra aiutandolo nella realizzazione dei suoi mastodonti e di sentirsi poi pervaso da una vena artistica che lo ha impegnato in un’attività diventata alla fine primaria. Sue opere sono esposte al Museo civico, quasi di fronte alla sala dove campeggiano le grandissime tele create da Schifano soggiornando a Gibellina. Il Museo d’arte contemporanea è nato con le donazioni degli artisti, così come l’annessa biblioteca: la direttrice, Maria Verde, è arrivata a raccogliere seimila volumi grazie alla generosità di enti e privati di mezzo mondo cui fosse giunta la richiesta di aiuto partita dalla città del popolo eletto.
Il museo può essere visto come una parte del più grande museo all’aperto che è Gibellina. Un secondo spazio espositivo al chiuso è quello della Fondazione Orestiadi, nata per volontà di Corrao che ne è il presidente e che ha donato la propria collezione provento di ulteriori donazioni dei suoi amici artisti. Per soprammercato la Fondazione, che ogni anno invita nomi delle belle arti a tenere seminari di studio aperti anche agli studenti, ha istituito un altro museo, chiamato delle “Trame del Mediterraneo”, che crea un ponte con i Paesi rivieraschi in una città dove, perché lo sguardo fosse puntato sempre verso Sud, sono state messe a dimora ben 3500 palme dando alla città placcata di bianco coloniale un tocco esotico che è un assaggio maghrebino. È lo stesso colore – il bianco accecante del barbaglio d’Africa – che ha il sudario di cemento calato da Burri su parte delle rovine di Gibellina a modo di un sepolcro, un cretto su cui rifrange il giallo screziato dei ruderi insepolti che forse abbaglia ancora di più. Il bianco è il colore dei surrealisti ed è quello che si vede in punto di morte o quando si serrano gli occhi. È il colore di Gibellina Nuova, la cui condizione di città dell’arte si è provata al calore bianco delle controversie tra Comune e Fondazione: undici liti giudiziarie in nome della cultura e della sua gestione.
I fondi regionali e nazionali venuti anche da leggi ad hoc portano sempre l’etichetta “Gibellina città d’arte”. Ma non bastano più. Chiusa la grande stagione dei Laboratori, andati via gli artisti, le grandi opere sono rimaste incomplete o sono maltenute. Nel suo complesso il museo en plein air decrepita. La chiesa madre di Quaroni, concepita come una sfera posta su un cubo, simboli protocristiani, è senza il tetto, crollato perché fatto evidentemente non a regola d’arte. Don Pietro Inzerillo, il solo prete di Gibellina, in mancanza di altre chiese, celebra nella sede del centro sociale e ricorda che il vecchio derelitto paese vantava ben nove chiese, tutte in piedi, tutte piene e tutte pievane. Il teatro ideato da Consagra è un’incompiuta, così come il Sacro bosco di Beuys, mentre da zero devono partire il centro polifunzionale, il Giardino delle religioni e il progetto di destinare Palazzo Di Lorenzo a Museo della storia della città nuova: la quale, ancorché abbia una vita di soli vent’anni, ha una intensa ed esclusiva vicenda di cui dare testimonianza.
Gibellina ha voluto in realtà strafare: si è concessa un tenore di vita che non può permettersi. L’enorme patrimonio artistico di cui è dotata richiede soldi. Molti soldi. Ma richiede soprattutto una vocazione che la coscienza gibellinese non ha perché non ha mai avuto. Creare una città dell’arte in un paese dove l’emigrazione è costante, la vita sociale stenta e per giunta impone regole alienanti, è come vestire d’oro un mendicante digiuno. Oltre cento abitazioni di quelle costruite anche di notte con la furia di abitarle sono oggi sfitte. I gibellinesi se ne vanno e i salemesi comprano le loro case. L’arte ha bisogno di ricchezza per vivere e muore dove trova povertà di mezzi. I due musei sono sempre pressoché vuoti, fatti salvi i pochi giorni delle Orestiadi, che richiamano spettatori più che turisti. Il vero problema è uno, che nella città nuova abita ancora il vecchio paese. Occorrerà ancora molto tempo perché Gibellina dimentichi il suo passato. Ma forse non vuole. Nel Municipio, la casa comune, di per sé un ulteriore museo di preziosissime opere d’arte, appena entrati la prima cosa che si vede è un manifesto illustrato con tutte le precauzioni da prendere in caso di terremoto.
