
All’inizio del film Il padrino, per le nozze di Connie Corleone (leggi https://giannibonina.it/2014/07/30/la-maledizione-del-padrino/), la moglie del boss viene invitata a cantare una canzone tipica del repertorio siciliano, “Luna mezzo mare”, che ha avuto più titoli e più versioni e che si basa su un ritmo di tarantella e una varietà di strofe che i diversi interpreti, da Lou Monte con la sua Lazy Mary, la versione più nota negli Usa, a Louis Prima fino a Dean Martin, hanno voluto modificare per renderla più mordace.
Il film iconico della cultura siciliana più noto e amato in America ha reso quella ballata un vessillo e una tromba dello spirito d’oltreoceano non solo siciliano ma anche italiano, ricordando alla comunità particolarmente di Little Italy del Primo Novecento il legame con la terra d’origine. Francis Ford Coppola la volle a suggello della personale rappresentazione della coscienza mafiosa e, facendone una parodia ilarotragica, evitò che in scena apparisse don Corleone, pur presente al ricevimento ma tenuto discosto nella sua sfera di solenne compostezza, tanto da fargli poco dopo “amministrare giustizia” al coperto mentre la “famiglia” festeggia all’aperto.
Canzone fatta per essere ballata soprattutto nei matrimoni, “Luna mezzo mare”, trascrizione che compare a volte napoletanizzata, “Luna mezz’o mare”, e che pure in alcune versioni conta parole e cadenze partenopee, ha avuto più successo negli Usa che in Sicilia, dove si è resa nota proprio dopo l’exploit americano. La scrisse e compose un marittimo siciliano, sulla cui vita non si hanno che scarse notizie e noto alla storia del brano musicale come Paolo Citorello. I pochi documenti riportano che operava sulle navi mercantili tra la Sicilia e l’America. A Catania, insieme con il Trio Sciascia, sicuramente proveniente dalla zona nisseno-agrigentina, costituì un ensemble molto richiesto nell’intrattenimento allora in voga chiamato “di piazza” e “da barbiere”, arrangiando ballate folk ed etniche che trovavano terreno fertile in una città particolarmente sensibile alle perfomances canore e istrionesche che esaltavano il mimo e il comico attraverso i generi del teatro (basti pensare al grande magistero esercitato da Angelo Musco e Giovanni Grasso) e dell’opra de’ pupi (dai fratelli Napoli al vecchio don Giovanni Grasso).
Paolo Citorello non era però catanese, dal momento che il suo cognome è del tutto sconosciuto nella città etnea. Molto diffusi, ma in Campania, sono invece i Citarella ed è assai probabile che fosse proprio questo il suo cognome. Pur’anche di origine napoletana, Citorello è stato catanese di adozione, avendo peraltro composto le sue canzoni proprio nel dialetto etneo, il più vivace e versatile nella tenuta del ritmo della tarantella.
Nei suoi viaggi transatlantici ebbe modo di apprendere che il mercato discografico newyorkese era alla ricerca di nuova musica etnica da offrire alle sempre più fitte comunità di immigrati. Colse l’occasione e nel 1927 portò con sé anche il Trio Sciascia, deciso a fare quella volta la “traversata” non come marinaio ma da musicista. Alla Brunswick Records registrò il brano espressamente dedicato agli italo-americani e fu lì che il suo cognome venne storpiato in Citorello (per altri Citorella), ma non diede gran peso all’errore perché sia lui che il Trio Sciascia tornarono in Sicilia a riprendere la loro consueta attività di musicanti folk, rinunciando a una sicura fortuna economica e lasciando che la loro canzone facesse la sua strada fino ad ottenere un successo tale da portare l’anno dopo un tribunale a pronunciarsi per attribuire il copyright al sedicente Citorello e al suo trio.
Il brano riprende canovacci che risalgono in Sicilia al primo Novecento, ma è stato Citorello a rimodularlo e musicarlo nel ritmo della “barcaiola”, poi tarantella. Propone una figlia che in età da marito (la luna in mezzo al mare è quella che il marinaio vede nelle lunghe notti sull ‘oceano, metafora dell’amore romantico e idealizzato) si rivolge alla madre perché gliene trovi uno, seguendo così i dettami canonici della morale a suo tempo corrente, per la quale è la famiglia a provvedere anche all’amore coniugale della figlia.
Ma è qui che Citorello compie un’operazione inconscia e inaspettata di assoluta rottura del muro di pregiudizi che circonfonde la coscienza storica siciliana. Secondo i costumi più vieti e gli stereotipi più radicati, ancor più negli anni Venti, sotto il regime fascista, la madre non può essere colta da dubbi sul marito da scegliere quanto al suo stato e le sue qualità. Invece si interroga giustappunto se convenga trovare un pescatore, un calzolaio, un macellaio, un pompiere, un carrettiere e via elencando secondo le tante accresciute versioni. Ogni scelta è sottesa ad allusioni maliziose e doppi sensi scabrosi, in linea dopotutto con le reali intenzioni del cantautore che si prefigge la ballata di tipo burlesco nella tradizione dei fescennini latini. Senonché Citorello non indulge a trovare in ogni mestiere le qualità che consentano alla figlia un matrimonio “riuscito”, bensì i disvalori, ognuno dei quali integri una minaccia.
Nella visione della madre citorellana, la ragazza da marito rischia infatti di finire per subire danni fisici, entro un rovesciamento della morale comune che suggerisce l’immagine di una moglie servizievole ma anche di un marito protettivo e amoroso. Senza saperlo, il marinaio creativo Paolo Citorello immagina le scaturigini di quello che sarà detto “femminicidio” nella forma dell’uxoricidio come fondo taciuto e incombente del matrimonio, ponendo il marito quale che sia nella condizione di esercitare ogni libertà sulla moglie. La madre dà infatti per scontato che ognuno di loro infierirà, per natura, per legge, su di lei affermando un dominio retto su una consuetudine condivisa, sicché la conclusione è che nel destino della donna siciliana non c’è un futuro di felicità, ma di patimento e sottomissione. Di qui le perplessità circa la sua decisione. Ognuna prefigura un orco.
In Italia il brano rimbalzato dagli Usa sull’onda di un enorme clamore non fu visto dal regime di buon’occhio certamente non a motivo della scelta morale di sudditanza della moglie al marito, bensì per le licenze mascherate del suo sottotesto, che hanno fatto premio nell’ambito dei principi del buon costume sul mantenimento del rapporto coniugale di disparità. Il fascismo volle tutelare la decenza non temendo minacce al modello di matrimonio tradizionale, ma non rendendosi conto che quella canzone, così amata nel mondo libertario statunitense degli emigrati italiani, costituiva una bomba piazzata ai piedi dell’istuituto della famiglia in vigore e delle istituzioni fasciste in funzione, perché non tanto rendeva il matrimonio una scelta a rischio per la donna quanto perché metteva in conto una violenza che nel dubbio della madre si configurava come denuncia di un orrore da scongiurare.
