
Il 25 aprile ricorda e soprattutto festeggia la liberazione dal nazifascismo. Quindi celebra una vittoria ritenuta ricostitutiva della democrazia dopo il Ventennio. Per ciò solo è una giornata che, civilmente, invita a schierarsi contro ogni forma di autoritarismo, epperò per questa via è stata e inevitabilmente continua a essere motivo di divisione tra schieramenti politici progressisti e moderati dopo essere stata rivendicata nei suoi valori storici dalla sinistra, sebbene il Cnl raggrupasse anche i cattolici e i liberali. Ma quella vittoria fu il risultato di una guerra non solo mondiale quanto anche civile che vide contrapposti da una parte le forze della Resistenza e dall’altra gli irriducibili della Repubblica di Salò e tutti i fascisti che dovettero subire quella che i partigiani chiamavano “resa dei conti”.
Le atrocità perpetrate dalle squadre fasciste furono insomma replicate, prima e dopo il 25 aprile, dalle brigate partigiane che, distinguendosi per il colore del fazzoletto al collo, riunivano le formazioni espressione dei partiti antifascisti. La ricerca storica è concorde oggi nel ritenere che la guerra portata alle coalizioni militari di occupazione si mutò dopo la liberazione in rappresaglia e vendetta con episodi di assoluta barbarie divenendo appunto una vera e propria guerra civile.
Noi festeggiamo, con solennità, con severità e senza perplessità alcuna, una vittoria sancita non solo sulle forze militari combattenti ma anche su italiani che ideologicamente e liberamente avevano sposato, sbagliando, le ragioni del fascismo o colluso con esso. In una repubblica democratica noi dunque avalliamo con la festa di oggi il principio che chi sbaglia paga con la vita, quando in uno stato a vocazione cattolica come il nostro la risposta ci si sarebbe aspettati che fosse il perdono. La “riconciliazione” c’è stata in qualce modo, ma nei modi in cui chi vince la guerra stabilisce la pace, oltre a decidere e scrivere la storia.
Senonché il perdono doveva aversi il 25 aprile 1945, quando invece la coscienza antifascista si comportò come un re vincitore che autorizza il suo esercito al saccheggio. Non il Vaticano ma singoli parroci perlopiù di campagna provarono in quei mesi a propugnare la pace e favorire il perdono da entrambe le parti, ma si trattò di tentativi effimeri, pagati in qualche caso con accuse di connivenza e dunque con la vita. Da allora e per oltre ottant’anni la Chiesa cattolica non ha detto una parola per affermare il principio cristiano del perdono e condannare gli eccessi della guerra civile della quale fu mera testimone, come peraltro durante la persecuzione degli ebrei. Il paradosso è che oggi, essendo giorno festivo, come ogni 25 aprile i cristiani vanno a messa, ritenendolo quasi una festa comandata, e celebrano una ricorrenza civile che ricorda in pratica una guerra civile.
Ora, festeggiare la vittoria in una guerra per giunta fratricida in una stagione, quella attuale, nella quale non ci sono voci che non si levino contro ogni tipo di guerra e che se parlano di vittoria la auspicano per gli Stati e i popoli aggrediti, ancorché possano avere buone parti di torto come nel caso dell’Ucraina, significa intonare un inno alla guerra come tale. La retorica dominante per cui la guerra civile italiana fu una “guerra santa”, necessaria per debellare la dittatura, nulla toglie al significato dei mezzi impiegati e dei fini perseguiti: al di là di dove stesse il giusto, i fascisti e i presunti tali furono non incarcerati, esiliati, spogliati dei diritti politici, additati nei muri al pubblico disprezzo, licenziati dai posti di lavoro e comunque tenuti in vita. Furono invece massacrati in esecuzioni quasi sempre sommarie, in pubblico, ad esempio per quelli ancora da scovare: come ha fatto Israele con i palestinesi e i libanesi, come ha fatto Trump in Iran, come hanno fatto i russi in Ucraina.
Il 25 aprile ha elevato a bandiera la ragione politica sul diritto alla vita, nel silenzio della Chiesa che oggi in moltissimi pulpiti ricorda la splendida giornata della vittoria e della liberazione. E mentre celebriamo una vittoria di parte, abbiamo voluto annullare quella di tutti del 4 Novembre che nel 1918 segnò la conclusione del processo di unificazione dell’Italia dopo una guerra che fu patriottica, di liberazione anch’essa ma dal dominio straniero, non di brigate partigiane, peraltro nemiche fra di esse, ma di un unico esercito in una sola uniforme. Abbiamo soppresso il 4 Novembre ma abbiamo lasciato in piedi tutti i monumenti ai caduti di quella guerra, che sono diventati gli altari dove dal presidente della repubblica al sindaco del più piccolo Comune italiano il 25 aprile si depositano corone di alloro per ricordare non i veri caduti per la Patria ma quelli morti per la Resistenza. Con l’implicito, taciuto e ipocrita atto di resipiscenza di onorare con essi anche i fascisti loro vittime, quasi a far credere che a sbagliare furono tutti, ma reiterando il primato del verbo antifascista.
Ma allora, se siamo così sensibili a inneggiare alle vittorie militari e a vedere le guerre come la sola, di fatto, soluzione possibile da dare alle crisi, come facciamo il 25 aprile ad andare festanti e compresi in piazza a onorare i caduti della guerra civile e un’ora dopo in chiesa a pregare anche per le nostre anime?
