
Sei anni alla Dda, fino al 2002, e i successivi nove come direttore del Dap sono valsi al procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita per acquisire una conoscenza profonda delle dinamiche di Cosa nostra e del sistema carcerario cui ancora oggi è ispirata la sua condotta come procuratore aggiunto a Catania e consigliere del Csm. Tali esperienze il magistrato catanese ha trasfuso in due libri che hanno suscitato interesse, “Catania bene” e “Al di sopra della legge”, dove offre un quadro nuovo di Cosa nostra e del regime penitenziario, due realtà che si rimandano echi a vicenda. Quanto alla lotta alla mafia, ritiene che bisogna conoscere la sua struttura che non è del tutto uniforme, articolandosi secondo modelli anche divergenti, mentre negli istituti di pena la legislazione del 2015 che ha introdotto il regime delle “celle aperte” otto ore al giorno ha portato alla costituzione di una Supercupola tra le varie organizzazioni mafiose e a un’azione di reclutamento da parte dei boss al 41 bis che ha sortito nuove risorse umane. Secondo Ardita per battere la mafia non serve la repressione, benché sia unicamente questo lo strumento in dotazione alla magistratura.
“Sicuramente la funzione dei magistrati inquirenti – dice il procuratore aggiunto – è quella di reprimere i reati. Questo non toglie che la consapevolezza di quelle che sono le origini del disagio sociale che genera la mafia possa soltanto servire a chi svolge questo ruolo. Non solo per ricercare e reprimere per primi – tra i comportamenti illeciti – quelli che alimentano disagio e criminalità, ma anche per assumere un atteggiamento conseguente, mai etico, ma funzionale a contrastare i delitti che nascono dalla subcultura mafiosa.
Nel suo ultimo libro “Al di sopra della legge” lei è coerente con la sua teoria della mano morbida (ricordiamo la “circolare del sorriso” durante i suoi anni al Dap) quando auspica che i “nuovi giunti” siano separati dai boss che li irretiscono per via delle “celle aperte” che lei disapprova. Secondo la sua tesi, i boss hanno l’interesse che lo Stato sia visto dai neofiti come un nemico. Ma davvero chi collude con la mafia è redimibile?
In linea di principio qualunque uomo e redimibile, ma l’esperienza dei capimafia detenuti ci restituisce la realtà di un carcere divenuto luogo di consolidamento e reclutamento criminale. Per quanto riguarda i detenuti alla prima carcerazione, non contaminati da contesti mafiosi, la possibilità di salvarli potrebbe essere molto alta se non li si abbandonasse alla tutela di Cosa nostra. Ciò riguarda tanto il controllo dei quartieri, quanto adesso – come lei stesso ricorda – il problema delle carceri con le celle aperte.
In un suo libro capitale, “Catania bene” lei teorizzava un modello di mafia catanese del tutto distinto da quello storico palermitano, meno ideologico e più affaristico, più monolitico che fatto di clan anche in guerra, più mimetico nella società che appartato e dichiaratamente nemico dello Stato. Vale ancora oggi tale modello?
Credo che questo modello valga ancora, perché rappresenta una modalità di azione tipica di Cosa nostra. Il rapporto occulto mafia-potere e l’inabissamento degli interessi criminali, come in un ricorso storico tornò dominante alla fine degli anni Sessanta e vide come protagonista il boss catanese Giuseppe Caldarone. Così questo divenne prevalentemente un modello catanese e trovò continuità anche con Nitto Santapaola. Nonostante la sua alleanza iniziale con i corleonesi. Oggi è una modalità di tutta Cosa nostra.
