
Il danzatore Roberto Bolle ha ricevuto dall’università di Firenze la laurea honoris causa in Pratiche, linguaggi e culture della comunicazione. Nel consegnarla la rettrice ha detto che “la sapiente valorizzazione della danza come linguaggio universale fa di Bolle l’interprete di una concezione dell’arte come veicolo di cultura, emozione, socialità”. Se si sostituiscono il nome di Bolle con quello di qualsiasi altra étoile del mondo della creazione artistica e la specificazione della danza con un’altra disciplina come la ginnastica, la pittura, il canto, il cinema, la fotografia, la motivazione addotta varrebbe allo stesso grado, così come rimarrebbe salva la “concezione dell’arte”. Aspettiamoci dunque lauree honoris causa alla ginnasta Alice D’Amato, al pittore Francesco Clemente, alla cantante lirica Anna Pirozzi, al regista Matteo Garrone e all’attore Roberto Benigni, al fotografo Oliviero Toscani, che non l’hanno ancora avuta, a differenza di loro colleghi più o meno benemeriti, ma che ne hanno ben diritto avendo certamente veicolato cultura e valorizzato sapientemente il proprio mestiere. Perché un mestiere altro non è l’esercizio di un’arte quale che sia, la tecné di Socrate, e come tale veniva intesa dai grandi artisti medievali che anche a Firenze avevano bottega. Dervisci danzanti e odalische farfalle non erano considerati degni di alcuna ammirazione se non limitatamente alla loro abilità, ma socialmente erano tenuti al rango dei giocolieri e dei giullari.
La laurea honoris causa, che comporta da parte del laureato una lectio magistralis, come quella tenuta da Bolle (rivolto agli accademici fiorentini per parlare prosaicamente della sua vita, dedita più alle ore di danza che a quelle dello studio regolare: un esempio molto suggestivo per ogni liceale), sta sempre più assumendo il significato di una medaglia al merito e perdendo il significato di riconoscimento alla crescita culturale. Assomiglia alle onorificenze di cui il presidente della Repubblica insignisce comuni cittadini meritevoli di qualche buona azione o di un bel risultato professionale. Anzi appare oggi più ambìto un cavalierato del Quirinale che un diploma da non potersi appendere sul petto di un qualsiasi ateneo in vena di celebrazioni.
La legge italiana stabilisce che il titolo può essere conferito a persone che si sono distinte “per altissime benemerenze nel campo degli studi o delle scienze, delle lettere e delle arti, nonché delle attività svolte a fini sociali, filantropici o umanitari”. Le arti sono certamente le “belle arti” dove rientra anche la danza, senonché si sta assistendo a un processo di estensione della sfera propria delle arti, associata all’idea di formazione, educazione, ruolo sociale che la laurea honoris accoglie, cosicché hanno ricevuto tale titolo accademico extra ordinem, ma a tutti gli effetti equiparato a una regolare laurea, atleti come Federica Pellegrini (più di una peraltro), Julio Velasco, Gianmarco Tamberi e altri. Sta succedendo come per il Premio Nobel per la letteratura, andato a cantanti, Bob Dylan, e teatranti, Dario Fo, talenti veri ma non certo in letteratura.
L’effetto è non solo lo svilimento inflazionistico del titolo, ma lo snaturamento del concetto di cultura posto alla base del Nobel per la letteratura come di qualsiasi laurea honoris causa. Premiare una carriera dovrebbe essere diverso che riconoscere uno status, un sapere, una competenza. L’enorme differenza è in ciò, che una persona che ha avuto un cursus honorum di prestigio merita sì ogni apprezzamento ma per risultati che ha conseguito a suo principale vantaggio, mentre chi ha studiato, acquisito nuove conoscenze, aperto orizzonti riverbera effetti a favore principalmente dell’intera comunità. Epperò succede che vengano chiamate sul podio o sul palco solo quelle eccellenze che in qualche modo siano prima diventate famose, quando sono invece le menti ad aver diritto a nuove lauree oltre la loro da più università. Con la voga di premiare le “stelle”, che devono il loro successo più al corpo che al cervello, le università si stanno via via mutando in in circoli.
