
Nel 2018, in riferimento al mio libro Tutto Camilleri, il settimanale “Vero” mi intervistò. Ecco il testo.
Innanzitutto, con che qualifica possiamo presentarla? Cosa possiamo dire di lei?
Sono un giornalista che scrive libri e soprattutto ama leggerli. E parteggia sfacciatamente per gli autori siciliani e le cose siciliane. Il mio interesse per Camilleri nasce proprio da questa partigianeria. Credo che si possa dire di me quanto si direbbe di ogni siciliano: che può essere strappato dalla Sicilia, ma che è la Sicilia a non potere essere strappata da lui. Vedi proprio Camilleri.
Con l’invito ad approfondire il tema leggendo il suo libro Tutto Camilleri, quali sono, secondo lei, i maggiori punti di forza dell’autore?
Continua a essere frettolosamente considerato un autore d’intrattenimento che non sopravvivrà al suo tempo. Credo invece che un giorno sarà riconosciuto come il precursore, nello stile e nella lingua, di un nuovo gusto letterario e un caposcuola. Il gusto è quello dell’adozione dei tempi teatrali nella tecnica narrativa: un romanzo di Camilleri si legge come se lo vedessimo rappresentato sul palco; la lezione – una vera rivoluzione copernicana alla quale si sono votati decine di scrittori – è quella di avere osato per primo scrivere in dialetto (facendo parlare in lingua invece i personaggi) senza, come Brancati e Sciascia, accorrere a tradurre le parole, più che altro solo epiteti, e senza servirsi di quel “dialetto borghese” alla D’Arrigo o alla Gadda che è stato solo una sofisticazione. Camilleri si è espresso direttamente in siciliano proponendosi quindi come il primo vero contastorie della nostra tradizione.
Come si spiega, in particolare, il “fenomeno Montalbano”, dalla libreria alla tv? Come mai la serie continua a piacere dopo così tante stagioni (a breve ne vedremo una nuova)?
Prima che in televisione, la serie aveva avuto successo, già da cinque anni, in libreria. Il fenomeno c’è già quando se ne appropria la televisione e lo rilancia sulla grandezza di numeri non più di centinaia di migliaia di copie ma di decine di milioni di spettatori. Con tale differenza era inevitabile che i personaggi letterari assumessero non solo i volti ma anche i modi degli interpreti televisivi. Camilleri lo ha sempre negato, anche con forte disappunto, ma io temo che dopo la quinta stagione Tv, abbia scritto i nuovi episodi tenendo conto della trasposizione televisiva e soprattutto tenendo in mente le caratteristiche degli attori. Con il successo di Zingaretti, il suo Montalbano è cambiato: anziché andare rallentando si è come accelerato, preso da un’aria nuova. Ma certo il commissario di carta non è Zingaretti, perché ha i capelli, è tarchiato e lento, ha i baffi e gli occhiali e ricorda il classico signore di mezza età amante della buona tavola. Zingaretti ha ben diverso aspetto, modi di fare che sembrano elettrici, gesti più conformi a un monello impenitente che a uno scapolo pantofolaio. Il vero Montalbano è quello della statua eretta a Porto Empedocle nella quale è raffigurato un docente sardo, Giuseppe Marci. Appena lo vide Camilleri gli disse: “Lei è spiccicato il mio Montalbano”. La serie Tv continua a piacere come continueranno a piacere i libri, perché, nonostante le tipizzazioni differenti, la trasposizione si è mantenuta fedele. Piace perché piace Montalbano: così eretico ed epicureo, irriverente verso le gerarchie, indifferente alle promozioni, scapolone ma non anaffettivo, portatore di un proprio codice penale nel quale sono contemplati sentimenti come la solidarietà e la sensibilità, e poi così sprovveduto e perciò umano nell’uso che mostra dei social e delle nuove tecnologie, refrattario pure all’uso della pistola e contento della sua Punto priva di cerchioni. Come può non piacere uno così? Quelli che sono venuti dopo, da Schiavone a Coliandro, sono sue caricature, tutto il contrario del vecchio commissario alla Cattani della “Piovra”, che pure ci sembrò il più moderno rispetto agli Sheridan e ai Maigret d’epoca.
Quanto ha influito, in un simile successo, un interprete come Luca Zingaretti? Sarebbe avvenuto lo stesso anche con qualcun altro?
Io che ho conosciuto Montalbano sui libri e che per molto tempo mi sono rifiutato di vedere gli episodi televisivi, proprio per non cadere nella sindrome di Sandokan (che per tutti è Kabir Bedi ancora oggi) e finire dunque per sovrapporre il volto di Zingaretti a quello che avevo personalmente dato al commissario, oggi ho finalmente accettato Zingaretti, magari perché stanno quasi per passare venti anni dalla prima serie ed è diventato più maturo, più coetaneo del Montalbano originale. All’inizio neppure Camilleri era convinto della scelta del protagonista. Francamente avrei preferito un commissario più pensiero e meno azione, certamente meno chiacchierone, più in linea con il personaggio letterario che procede nelle indagini facendo uso del “ragionamento” e del “saltafossi” anziché del pedinamento e dell’intercettazione, ma non è detto che avrebbe funzionato di più. La televisione richiede movimento, presenza, concitazione. Zingaretti, che sembra una molla, ha dato tutto questo e dunque, avendo vinto, ha avuto anche ragione chi lo ha voluto.
Un commento su figure “minori”, ma significative come Augello e Livia: quanto hanno inciso nell’affermazione delle storie presso il pubblico?
Per la forte caratterizzazione dei personaggi, disegnati come maschere teatrali, non si può parlare di figure minori ma di autentici comprimari, tant’è che Camilleri non a caso ha voluto renderli protagonisti in episodi interamente dedicati a loro vicende. Dirò di più: nella versione televisiva della serie appaiono più riusciti loro che Zingaretti. Fazio, che nelle prime serie, sembrava fuori ruolo, perché la sagacia che mostrava avrebbe richiesto un’età maggiore, ora è cresciuto e può ben vestire i panni dell’ispettore il cui contributo sia superiore a quello del vicecommissario Augello. Il quale dal canto suo è reso meglio in televisione che nei romanzi, dove riesce un po’ antipatico e ingessato, mentre nei modi disincantati e svagati di Cesare Bocci appare un compagnone col quale verrebbe da farsi una birra e parlare di donne, al di là del caso da risolvere. Livia, al contrario, in televisione è una figura non ben definita, anche perché è stata cambiata l’interprete. Viene ricordata con più facilità invece Ingrid, la svedese. Nelle vesti di un’eterna Penelope, la Livia dei romanzi piace perché si accontenta di quello che ha. La perdita di François l’ha resa una donna comune e riconoscibile, una madre capace di piangere dentro, in silenzio. Del tutto malriuscito e odioso trovo piuttosto il Catarella televisivo, ben più che il misirizzi, tutto sommato simpatico, dei romanzi. Solo in televisione si vede entrare puntualmente nella stanza del commissario facendovi irruzione con le braccia alzate sulla porta, da autentico idiota. Il personaggio dovrebbe indurre al riso, come in una commedia plautiana quando entra il beone, ma rende improbabile ogni scena con la sua gesticolazione frenetica e le espressioni facciali da mimo fuori controllo. Non ho mai capito perché uno sceneggiato televisivo debba cedere tanto ai gusti più poveri del pubblico di massa.
Quel che vuole aggiungere o sottolineare in questa sede.
Concludevo la prefazione al mio libro, Tutto Camilleri, scrivendo che il volume era “destinato a chi segue Camilleri, a chi non lo legge ma vuole conoscerlo, a chi aspetta un motivo per farlo e a quanti si rifiutano di leggerlo ma ne parlano”. A me pare che l’approccio a Camilleri non sia cambiato e che il pubblico in genere non si mostri diverso dalla critica militante. Per tutti è uno scrittore d’evasione. Ma forse è giunto il momento di riconsiderare l’atteggiamento generale e studiare Camilleri nella luce di un caso letterario di eccezionale novità: partendo dall’analisi della sua ricerca e in particolare da quella che è la sua cifra più innovativa e personale: la “voglia di sgorbio”, la spinta cioè a derazzare, a cercare sempre strade nuove, a frequentare più generi e sperimentarli in un’officina che oggi è unica e che è un patrimonio italiano, siciliano se permette.
