
Sentite queste parole così evocative: «Sei anche un’erba, un’arancia, una nuvola… / T’amo come un paese». Sono di Gesualdo Bufalino che si rivolge incantato, in una plaquette dell’81, alla sua Comiso. Quindici anni dopo campeggeranno su uno striscione al passaggio del suo feretro. E quanti lo porteranno a spalla dovranno quella mattina badare alla strada fatta di basole sdrucciolevoli come il nome del paese, rifacendo gli stessi passi che lo scrittore, nel selciato scosceso di pietra bianca, allungava con in testa un pensiero fisso quando, “nel tragitto del mattino”, circumnavigava il proprio io: fidare di divellere il bitume riportando alla luce la vecchia basola «grattando con la punta della scarpa la crepa».
Sono queste crepe tra porfidi e graniti, che serpeggiano incaute e scivolose per il centro storico di Comiso, a costituire oggi, al pari del marmo fino delle cave locali, un alternativo e inusitato richiamo turistico di eco bufaliniana: quasi un invito a giocare col piede avanti, come con la mano indietro buttare una monetina a Roma nella Fontana di Trevi.
Per una delle loro fughe ritorte, le crepe di Bufalino conducono di basola in basola alla chiesa dell’Annunziata dove un altro richiamo, non di pietra liscia ma di tela grezza, attende il visitatore che non ama le guide degli itinerari canonici: i due dipinti di Salvatore Fiume, il Totò amico di Dino sia pure di una diversa parrocchia e quindi in sospetto di estraneo.
Posti uno di fronte all’altro sull’abside, i dipinti si chiamano Natività e Resurrezione e risalgono al 1983, l’anno dei primi Cruise a Comiso. Il secondo non piacque ai filoamericani perché nel Cristo circonfuso in una nube bianca che si eleva in cielo non fu difficile scorgere il sembiante di un missile su una rampa di lancio e nel Risorto un barbuto pacifista hippy.
Il primo invece non piacque a molti altri di stretta osservanza clericale perché accanto ai Magi adoranti in vesti orientali Fiume intrufolò, per il suo impertinente gusto della dissonanza e dell’irriverenza (e per completare… l’opera), una misteriosa donna scalza cinta in una gonna al ginocchio e perciò di vago e moderno aspetto occidentale nonché di probabile significato politico. Sono dei primi anni Ottanta i due tributi a Comiso, uno elegiaco e l’altro allusivo. Trentacinque anni dopo, Cruisetown è stata divelta ma le tele di Fiume sono rimaste, così come le basole sempiterne di Bufalino.
Ma anche Morishita, il monaco buddista simbolo della guerra al riarmo e arrivato Comiso nel 1982, è rimasto nella sua pagoda sulla collina. Pluriottantenne, cagionevole di salute e dal 2018 cittadino onorario, non va ormai da tanto tempo a tambureggiare la mattina, inneggiando alla pace, per le vie del paese ripetendo il suo mantra “Namu myoho renge kyo» (incrociando più volte Bufalino che andava al circolo per una scala quaranta, due culture che non facevano scintille ma neppure si attraevano), ma continua a pregare nel suo tempio dove riceve alle cinque del mattino per reiterare i suoi auspici non contro il riarmo atomico ma contro i rischi di una guerra atomica, più verosimile oggi che quarantaquattro anni fa. Da lassù si vede il Magliocco, base militare dei Cruise e oggi aeroporto civile dimezzato e malriuscito.
Dalla Biblioteca di Bufalino alla pagoda della pace, vale il caso di un salto temporale in quel “teatro dell’assurdo” che divenne Comiso negli anni della protesta pacifista e della militarizzazione. E Jiunyo Morishita non è che un “personaggio”, quale Bufalino lo vedeva, di uno psicodramma collettivo che mischiava il suono del tamburo al rumore dei caccia in volo per una rappresentazione, di cui oggi rimbalzano soltanto gli echi dalla collina, delle “cento sicilie” all’opera.
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