
Alla domanda se pensa di candidarsi nel 2029 alla presidenza della Repubblica, avendone allora l’età, Giorgia Meloni ha risposto oggi con un’infelice battuta in sede di annuale conferenza stampa di inizio anno, l’unica che si aggrada di concedere, preferendo i social come Trump: “Non so perché non mi proponete mai di andare a lavorare con Fiorello a pagamento”. La presidente del Consiglio e lo showman si conoscono dal tempo in cui lei diciannovenne fece da tata alla figlia della moglie di lui ed è rimasto un rapporto molto cordiale tra i due, divenuti entrambi celebri e autorevoli. Ma in ben diversi ambiti.
Il desiderio della premier di lavorare con Fiorello, certamente una boutade, risponde a un sentimento di ammirazione e di vicinanza verso l’artista, ma irride le istituzioni non solo per l’accostamento del Quirinale con Fiorello, come se fosse ammissibile potere scegliere, ma anche perché denigra il ruolo di capo di governo che riveste al quale spetta in sede ufficiale prospettare scenari politici e non cedere allo scherzo da fuori onda. Svilendo la figura del capo dello Stato ed elevando quella del mattatore televisivo, la Meloni ha in sostanza rilasciato il permesso a prendersi gioco delle istituzioni e a prendere sul serio comici e presentatori. La sua spiritosaggine non ha niente da meno, in fatto di mancanza di stile e di inopportunità, di quella di cui fece mostra nel 2019 la Casellati presidente del Senato che canticchiò appresso ad Amedeo Minghi “Trottolino amoroso”. Aggravata dalla sottolineatura, ripetuta due volte, di voler essere pagata, trattandosi nella sua visione di attività della stessa stregua e fungibili.
Per chi crede nei simboli, nell’idea di Stato, nella bandiera, negli inni e nelle Aule del Parlamento, la facezia improntata in un momento non faceto per spirito di patate suona come vilipendio e risulta uno scadimento di quei valori dei quali proprio la Destra si fa vanto di professare e difendere.
