
Una sera del 2012 in casa di una famiglia trevigiana benestante, ospiti amici altrettanti agiati con la loro bambina di dieci anni. Come succede, i figli si appartano e la piccola viene violentata dal sedicenne nella stanza da letto. Il ragazzo, oggi trentenne, è stato condannato a un anno e due mesi di reclusione mentre i suoi genitori dovranno pagare un risarcimento di 130 mila euro per i danni morali causati anche alla coppia che intanto, per il trauma da stress subito, si è separata, lo stesso trauma che a sua volta la ragazza oggi ventiquattrenne non ha ancora superato.
Il tribunale ha operato sulla base del Codice civile che mette in capo ai genitori una responsabilità “in educando” che integra una colpa se i figli minorenni non sono formati nei modi che non consentano loro di arrecare danni a terzi. In un precedente caso avvenuto a Firenze la Cassazione si è pronunciata proprio a sfavore dei genitori che non hanno tenuto a freno i figli minori. Stando così le cose, tutti i genitori dei maranza e dei guappi delle band che scorrazzano nelle città in cerca di vittime da rapinare, picchiare e violentare dovrebbero essere chiamati a giudizio per pagare somme uguali. Mezza Italia sarebbe in bolletta.
La sentenza trevigiana muove da fattispecie astratte, com’è prassi giuridica, e applica la legge. Non riduce il figlio minorenne a un animale che debba essere tenuto al guinzaglio, come la lettera della precedente sentenza toscana indurrebbe a supporre, quasi che un minorenne sia bestialmente indotto ad aggredire una bambina, ma valuta una colpa dei genitori che non tiene conto del processo di emancipazione che i sedicenni anche del 2012 hanno registrato e che ne fa dei maggiorenni di fatto e non più in pectore. Nella vicenda di Treviso vale anche considerare, nei fatti, l’atteggiamento di entrambe le famiglie. Nel momento in cui vedono un sedicenne e una bambina di dieci anni che si allontanano insieme, perché i genitori, soprattutto quelli di lei, non si chiedono se non ci sia qualcosa di anomalo? Cosa possono mai dirsi o fare due minorenni di età così diversa?
Le cronache riferiscono che i due sono mancati alcune ore, tempo durante il quale nessuno degli esercenti la patria potestà si chiede che stiano facendo e magari dove siano, andando a dare loro un’occhiata, nel qual caso li avrebbero scoperti addirittura in camera da letto. Insieme alla “culpa in educando” rileva anche quella “in vigilando” che cresce quanto più il minore sia piccolo di età. Benché famiglie amiche e dunque in rapporti di reciproca fiducia, madre e padre della bambina non si chiedono cosa mai stia facendo la loro piccola così tanto tempo con uno che per lei è un vero adulto?
Il tribunale ha addossato ogni responsabilità penale al ragazzo e ogni carico civile ai suoi genitori, che sicuramente durante la cena non pensavano a cosa stesse facendo il loro figliolo, non avendo alcun motivo per temere che diventasse di colpo violento come potrebbe succedere a un doberman lasciato libero per casa. Il danno biologico permanente accertato da una perizia nella ragazza, certamente indiscutibile e deplorevole, non può essere stato causato solo dalla cattiva educazione impartita quattordici anni fa al suo violentatore dalla famiglia, ma anche dalla mancata cura che i propri genitori avrebbero dovuto usare nei suoi confronti perché non tanto non cadesse in tentazione ma non corresse alcun pericolo. E come un pericolo avrebbero dovuto vedere l’allontanamento per ore della loro bambina con un ragazzo pressoché di casa ma comunque di gran lunga più grande. Se la bambina si fosse allontanata e, sottraendosi alla loro vista, fosse caduta in un pozzo sarebbero stati chiamati in giudizio a risponderne. Dunque perché vengono considerati anche loro alla stregua di vittime quando la stessa attenzione non hanno avuto sapendo la loro piccina da sola con un ragazzo che, proprio perché minorenne ma non adolescente, poteva ben essere sospettato di cedere a qualche impulso dell’età, approfittando delle circostanze offerte dagli adulti veri?
