
Si preferisce l’espressione “soffro di fegato” piuttosto che “sono malato di fegato” perché alla risoluzione è possibile dire “non ci soffro più” mentre nel secondo caso è necessaria una formula del tipo “ne sono guarito”, cosa che implica non un processo fisiologico ma un evento frutto di una cura medica che come tale sottende appunto una malattia. Si tende a darsi per sani incappati in uno sfaglio del corpo umano piuttosto che ammettersi cagionevoli esposti a malanni da sfigati: e questo perché solo le persone in buona salute godono di vantaggi sia nella sfera priva che in quella pubblica, dalle relazioni sentimentali alle occupazioni lavorative.
Essendo la malattia unanimemente considerata brutta, la bruttezza fisica, riguardando anch’essa il corpo, è vista al pari di una malattia nei modi di un’imperfezione o un’anomalia, perché non avvantaggia in nessun campo. Questa visione è legata a una concezione calvinista della vita che riprende le teorie evoluzionistiche basate sul miglioramento della specie sia umana che animale e vegetale. La natura – e il mondo con essa – ripudia la malattia e la bruttezza, ritenute disvalori che si scambiano i contenuti e ai quali è associata come corollario la povertà. Tali disvalori hanno trovato nella condotta umana un indice rivelatore nella vergogna, il sentimento che si prova quando ci si rende conto che, rispetto agli altri, si è caduti in basso nell’aspetto fisico, nella salute del corpo e nelle risorse economiche. Se ne ha coscienza perché ci si riconosce in una minoranza spuria nella quale finiscono gli sfortunati se malati, gli incapaci se miserabili, gli esclusi se brutti.
Questa radice remota, insita nella natura umana e nell’essenza del creato, ha avuto nella storia un solo antagonista contradditore: il Cristianesimo. Che è nato, nei suoi principi, in un’epoca, dominata dalla cultura greco-romana, nella quale le ragioni della salute, della bellezza e della ricchezza erano prive di ogni elementare deterrente derivato da una qualsivoglia political correcteness ante litteram. E che è cresciuto, nell’esempio di Gesù Cristo, professando un insegnamento dirompente e devastante fatto di dettami e azioni individuali quali offrire il proprio mantello, soccorrere i deboli, dare da bere agli assetati, ospitare i forestieri, tollerare peccatori e prostitute, detestare la ricchezza e il potere, rifuggire la gloria e il piacere materiale, considerare effimera la vita. Tutto il contrario di quanto la civiltà epicurea, edonistica e materialista del tempo vede come inalienabile, costituendo il perseguimento del sommo gaudio il fine supremo cui ha diritto ad ambire ogni essere umano. La ricerca della felicità intesa come fonte di massimo benessere e paradigma di libertà diventa allora in età moderna il caposaldo della dottrina utilitaristica, da Bentham a Stuart Mill, di cui la cultura statunitense si fa portatrice e interprete al punto da indicarla nel preambolo della “Dichiarazione di indipendenza” con le parole “Vita, libertà e ricerca della felicità” a stabilire appunto i diritti fondamentali dell’uomo. Tutti valori terreni e materialisti, possibili solo in vita e senza alcun significato dopo la morte.
Il Cristianesimo ha ribaltato questa prospettiva, proponendo un’idea di felicità non più da spendere sulla terra ma da guadagnare in cielo. Quel che ha dichiarato ai suoi primordi è stata una vera e propria guerra mondiale intesa allo sconvolgimento di uno stato di cose millenario, creduto naturale e voluto come legge. Ha indicato una dimensione non più materialistica della vita ma spirituale, offrendo una ben diversa dottrina della salvezza: non più la compenetrazione dell’uomo nell’ordine cosmico, secondo la filosofia greco-romana, né l’osservanza dei postulati della Ragione grazie alla quale post-mortem la memoria storica e la commemorazione permanente tra i grandi siano il solo bene dato all’uomo saggio e retto di conseguire, ma la vita eterna nella beatitudine divina che è una forma di felicità non sperimentabile da vivi.
E questa dottrina il Cristianesimo ha perseguito ricorrendo ai motivi meno realistici e più astratti, quelli dati dalla letteratura. Risurrezione dai morti, vita eterna, Paradiso e Inferno, guarigione di moribondi, Dio fatto mortale, prodigi surreali, parusia, escatologia: pura invenzione letteraria del genere fantasy e nemmeno science-fiction, tra favola e sogno, che non avrebbe dovuto realisticamente avere in partenza nessuna chance di arrivare a un anno – sovvertendo peraltro, almeno nei programmi, le fondamenta dell’Occidente banausistico e sensualistico. Ne sono passati oltre duemila, ma quello che il Cristianesimo è diventato non è lo stesso delle origini.
Il Cattolicesimo che ne è derivato non ha continuato nessuna azione di rottura dell’ordine costituito iniziata da Cristo, ma già dal primo Concilio di Nicea, il suo atto costitutivo, ha lavorato alla restaurazione di esso, cominciando con il manipolare il Verbo, le parole del Messia, le Scritture, la professione di fede, la ritualistica e la stessa dottrina. La Chiesa, interprete e reggitrice del Cattolicesimo, sfoggia sin dal Medioevo ricchezza, esercita potere, ricerca la bellezza (che almeno nell’arte ci ha dato capolavori), mantiene la povertà e la malattia nel mondo. In più nel passato, quando era molto più presente e potente di oggi, ha fomentato guerre, comandato genocidi, condizionato la vita sociale, macchiandosi di ogni più indicibile orrore.
Al di là dei rivolgimenti storici, perché è stato possibile questo tradimento dei principi originari della fede cristiana? La risposta è forse nella doppia natura dello stesso Cristianesimo. Quanto a quello paolino e patristico, annunciare il ritorno di Cristo sulla terra, preparare l’umanità all’Armageddon e alla fine dei tempi, dandoli per prossimi (ancorché i secoli della previsione celeste non vadano contati con il calendario umano – ma duemila anni, quasi quanto il tempo civile avanti Cristo, non sono pochi), parlare di Rivelazione e Apocalisse sono dogmi che potevano favorire una Chiesa in crescita sulla spinta di quella “letteraria”, ma non consolidare un Credo nel tempo. Quanto a quello messianico, parlare di morte come “dies natalis”, promettere la vita eterna e invitare a svilire quella terrena, annunciare una felicità nel Regno dei cieli e non in vita, quando invece Cristo ha risposto a impetrazioni relative a guarigioni corporali, a miracoli materiali come non mandare a monte un ricevimento nuziale moltiplicando il pane e il vino o una battuta di pesca moltiplicando i pesci, tutti beni più che terreni e concreti, produce una contraddizione di fondo insanabile nello spirito della fede.
In sostanza il Cristianesimo messianico si è fermato a metà nella sua opera di smantellamento dell’apparato esistente al suo apparire: ha pensato di sradicarlo con gli stessi strumenti concepiti per assicurare i benefici di esso. Se, in coerenza, Cristo avesse predicato il suicidio di massa così da guadagnare subito la felicità divina, lo scopo supremo della vita, non avrebbe fatto un passo nemmeno in Galilea, perché nessun apostolo lo avrebbe mai seguito. Ha potuto raccogliere moltitudini di seguaci e annunciare il Regno dei cieli solo promettendo una lunga e più soddisfacente vita in quello degli uomini: in una “valle di lacrime” che non Cristo ma i Padri della Chiesa hanno capziosamente dato per necessaria al fine di avere il tempo per dimostrare quanto più di essere degni del Paradiso.
Incongruenze tali di fondo, simili a difetti di fabbrica, hanno sterilizzato i programmi rivoluzionari posti alla base della Rivelazione. Malattia, povertà e bruttezza, i mali del mondo umano, potevano essere spazzate via dal Cristianesimo primitivo solo se esso si fosse rivolto innanzitutto alla ricerca della giustizia sociale, la sola capace di migliorare le condizioni di vita e promettere salute, bellezza e benessere. Ma il Cristianesimo nasce come dottrina della salvezza dell’anima e – sebbene si sia esercitato, attraverso Cristo, nella cura della salute del corpo e nell’assistenza ai deboli e ai perseguitati – non può farsi partito politico o forza militare, come pure è stato visto e atteso, se non sconfessandosi.
Alla fine il più grande e straordinario – sovrumano possiamo dire – tentativo mai messo in essere di cambiare il mondo ha mancato gli obiettivi, dimostrando che la vita di tutte le specie è stata creata da Dio o dalla natura perché sia fondata non sull’amore, ma sulla competizione, sullo scontro, sulla ricerca della fortuna, l’arma del diavolo, sul principio fondamentale della migliore scelta egoistica. L’esempio più indicativo è quello di mamma gatta, che se dà alla luce cinque gattini, due dei quali vede che sono in pessime condizioni, non soccorre quei due per rianimarli come sarebbe da attendersi, ma gli altri tre perché sono più sani e hanno più possibilità di vivere felici con lei. Così fanno i generali in un esercito al fronte. Così hanno fatto i medici di tutto il mondo con i ricoverati di Covid. Così facevano i nazisti nei lager. Così fa Re Lear con i figli scegliendo tra quelli inutili e utili a sé. Così facciamo tutti, mallevadori della storia dell’uomo.
