
Più che la Generazione Zeta, a determinare il lievito di affluenza al referendum è stata la benzina. L’aumento dei costi, il cui picco è coinciso con il voto, ha spinto milioni di contribuenti a dare sfogo a un moto di rabbia e di protesta, che in questi casi è sempre e puntualmente rivolto al governo, sebbene quello in carica c’entri nell’escalation dei prezzi come Pilato nel Credo. I giovani hanno partecipato, stando ai calcoli, in misura maggiore rispetto agli standard da essi osservati, è vero: ma non tanto perché sensibili ai temi della giustizia (estranei a un’età nella quale si tende ad essere più anarchici che legalitari) quanto per la politicizzazione data all’appuntamento referendario, caricato com’è stato di significati anch’essi di contestazione che hanno richiamato i punti spinosi della guerra in Iran, della distruzione di Gaza, dell’invasione del Venezuela, tutti di carattere anch’essi internazionale e riconducibili al solo Trump quale artefice riconosciuto.
L’errore della Meloni è stato di partecipare in prima persona alla campagna referendaria, che innanzitutto interessava Forza Italia e in seconda istanza la Lega, ma l’ha voluto fare – peraltro in ritardo – in nome non tanto della riforma bensì della maggioranza che vedeva andare incontro, per uscite estemporanee di questo e quel ministro, a una sconfessione. Com’è avvenuto in maniera plateale.
L’errore della Meloni è stato anche un altro: avere annunciato che, anche in caso di vittoria del No, non si sarebbe dimessa. Se invece avesse posto una sorta di mozione di fiducia all’elettorato condizionando il No alle dimissioni del governo, il voto sarebbe stato apertamente e dichiaratamente politico e influenzato non dal timore di cambiare la Costituzione ma di cambiare il governo, ciò che avrebbe suggerito una riflessione maggiore. Invece il voto è stato ugualmente politico, di critica al governo, ma senza che abbia effetti politici, tant’è che né il ministro Nordio né altri membri del governo hanno parlato di dimissioni, tantomeno il Centrosinistra le ha chieste perché conta di arrivare al voto, quello sì squisitamente politico, che si avrà tra un anno sull’onda di questo successo che ha segnato un regresso della maggioranza difficilmente recuperabile in poco tempo.
La Meloni, che dai banchi dell’opposizione sui quali ha costruito Fratelli d’Italia non sbagliava mai una mossa riuscendo impeccabile, lucida e trionfale, conquistando la maggioranza degli italiani, sta dimostrando che su quelli del governo fatica a essere altrettanto provvida d’intenti e capace di risultati. Viene in fatto la teoria di Merleau-Ponty, secondo cui le rivoluzioni “non possono mai, come regime istituito, essere ciò che erano prima come movimento, che quando diventa istituzione si tradisce, si trasfigura”. Quel che è successo a Giorgia Meloni nata in politica per attaccare e non per difendersi.
