
“Il più bel palcoscenico siciliano” chiamò Maria Corti nel 2000 la Laguna dello Stagnone di Marsala e le sue Saline, che la grande filologa vide in primavera durante un viaggio studiato in Sicilia, ripensando alle risaie della sua Padana, salvo trovare “inquiete” le acque trapanesi, sorvegliate da mulini a vento “che con le loro pale immobili muovono solo la fantasia”.
Su questo palcoscenico, naturalistico e architettonico insieme, calcinato nel tempo più remoto e rimasto come in posa, la fantasia di Gesualdo Bufalino, richiamata da suggestivi scenari donchisciotteschi, si è esercitata rapita nell’evocazione di arcaici salinari sfiniti nelle “giuccherie” (androni di antica pietra dove gli operai riposavano “aggiuccati”, piegati per il peso dei cesti) e così simili ai primordiali avi fenici da suggerirgli l’idea che l’etimologia della parola “insula”, corrispettivo della Sicilia, derivi dal sale che la cinge e la nutre come una forza apparendo “una condizione e un destino”. Ipotesi dopotutto per nulla improvvida se l’ingegno dei siciliani, gattopardi o sciacalletti che siano, ha fatto pensare a Tomasi di Lampedusa al sale della terra nel quale i migliori si identificano.
Con il suo arcipelago e il museo en plein air delle saline, lo Stagnone, sinopia dell’Albufera di Valencia, è dunque storia, geografia e ambiente nell’equivalenza di natura e cultura. Visitarlo al tramonto, immutato qual è ancora oggi come per un incantamento o perché vive dentro una tela di Cézanne, quando sole e sale assumono le stesse tinte d’oro e il vento perenne sembra intonare una vecchia elegia, è come assistere alla rappresentazione di un dramma greco dove il mito rinnova un antico racconto di sortilegi e fiabe al ritmo delle maree.
Tra i mulini oggi meccanizzati, gli operai specializzati e i surfisti che, con la posidonia e i fenicotteri rosa, si contendono il mare e il vento, chi vuole sentire ancora nell’aria l’odore del tempo in silenzio, il profumo acre del cristallo salino e il suono che fanno i millenni, non ha che da respirare a fondo e abbassare le palpebre standosene fermo su uno dei sentieri che separano le vasche: sentirà garrire le vele delle navi puniche, levarsi i canti dei lavoratori piegati sulla schiena ed echeggiare le esortazioni in rima di un vecchio curatolo: fin quando il bianco abbacinante del sale e la luce smagliante di cielo e mare non gli faranno riaprire gli occhi sul palcoscenico siciliano nelle cui tende sempre dischiuse vedrà una finestra aperta sul suo passato.
