
Il Bufalino che mette la sua opera e la sua vita sotto la cifra dell’“isolitudine”, un credo di proprio conio che combina storia personale e geografia, nel 1995 con Il fiele ibleo (Avagliano Editore) accresce il genere delle sicilianerie, amato anche da Sciascia, Consolo, Bonaviri e Camilleri nella comune religio demopsicologica di origine ottocentesca intesa a testimoniare la Sicilia. Concepito come edizione sibi et paucis, il libro si aggiunge a opere quali Pagine disperse, Cur? Cui?…, Le ragioni dello scrivere, Carteggio di gioventù, affidate tutte a una distribuzione sodale attraverso editori raffinati ma piccoli, la cui scelta depone per l’innata declension in lui a scrivere (che significa mantenere la “guerriglia contro la morte” ed “esorcizzare Eraclito”) senza dovere per ciò solo pubblicare, la pubblicazione essendo piuttosto “una corruzione” che equivale a “una sgradevolezza”, “un rimorso o una vergogna”, come “fare un bisogno in un vespasiano” o essere “da vecchi sorpresi dai figli sulle soglie di un lupanare”. Lo ha dimostrato con Diceria dell’untore, libro cominciato negli anni Cinquanta e sempre rivisto ma tenuto nel cassetto, fino alla fatale scoperta da parte di Elvira Sellerio e Leonardo Sciascia.
Ma sebbene dica di non perdonare neppure a Dio di “avere pubblicato il mondo”, Bufalino è invero sempre animato da una febbre indomita proprio a pubblicare nuovi titoli, anche a ragione del fatto di essere arrivato tardi al successo e dunque si mostra smanioso di recuperare il tempo perso per avere un repertorio che alla fine non lo riduca, come ripete, in tre righe in una Storia della letteratura del Tremila.
In prova di una preterizione che sottende una falsa modestia, già con Calende greche Bufalino ha indugiato sull’opportunità di evitare l’esibizione che il dare alle stampe comporta, auspicando “una legge che imponga la pubblicazione solo delle opere postume”, senonché è lui stesso ad ammettere di essersi rimesso “disciplinatamente in riga sotto le savie bandiere della società letteraria”, la cui cittadinanza ha anzichenò perseguito al di là di ogni professione di riservatezza. La sua è una forma di humble bragging che lo porta ad affettare umiltà quando però si trova nel pieno del successo. Calende greche è infatti del 1992 e Il fiele ibleo giunge come ultimo saggio e penultimo titolo della sua produzione in vita, trovandolo dunque nelle condizioni di potersi permettere non solo di esprimere pudore antifrastico, quasi scusandosi se cede a pubblicare, ma anche di considerare ogni lettore “un intruso”. Ricorrente è perciò la domanda. “Scrivo, vi riguarda forse?”. Apparentemente refrattario alle lusinghe della moda letteraria, nel nostalgico riserbo che lo ha tenuto nell’anonimato dei suoi ventunomila giorni, equivalenti al tempo precedente il successo, e spinto a rintanarsi sempre più nella sua “provincia remota” per vivere quindi “a piccole dosi”, Bufalino arriva a Il fiele ibleo calettando quella sicilitudine sciasciana che nella sua istanza più genuina e saturnina involge il solo punto d’incontro tra i due diversissimi autori che è il penchant verso le sicilianerie. E lo fa, contrariamente ai suoi precetti, ripubblicando in un ikebana eterogeneo brani già usciti in altre occasioni e qui raccolti nell’intento di affermare uno stato di appartenenza anagrafica provando, con il ripescaggio di essais che coprono l’arco di dieci anni di attività, come tutta la sua opera non possa spuntare esito diverso che quello, comune ai maggiori scrittori siciliani, di rispondere all’imperativo danzegliano “antiquam exquerite matrem”.
Il titolo si costituisce al pari di un calembour che mutua la proverbiale dolcezza del miele degli Iblei, celebrato già da Virgilio, Ovidio, Plinio il Vecchio, Strabone ed altri, in un veleno che richiama la silloge poetica del 1982 L’amaro miele per profilare la Sicilia in un tossico rigurgito di doglianza e dolenza che forse prende spunto da un proverbio richiamato dall’infanzia: Cu agghiutti feli nun sputa meli (chi inghiotte fiele, non sputa miele). “E vorrà dire – scrive Bufalino – che non si deve pretendere gentilezza da chi ha masticato amaro tutta la vita. Epperò anche il significato letterale funziona: non poter resistere officine del miele, là dove il cielo è di fumo, e chiazze di calce e gesso insozzano il verde, e il sentimento comunane, dall’alba al tramonto, è la collera. Non più luogo di miele, gli Iblei, ma luogo di fiele. Gl’Iblei come la Sicilia; la Sicilia come l’Italia; l’Italia come la terra…”.
La plaquette si divide in due parti che solo apparentemente sono slegate: la prima, intitolata “Mestiere d’isola”, raccoglie le sicilianerie una delle quali intesta il libro; la seconda, “Di Sciascia, per Sciascia”, riunisce gli scritti in memoria del grande ragionatore “che l’isola incarnò – scrive Bufalino nel pretesto – conteso tra le passioni del cuore e le passioni della ragione”. L’attenta crestomazia rimanda a La luce il lutto di cui, per stessa ammissione dell’autore, rappresenta un supplemento ed è parimenti un atto d’amore, meglio uno “sgravio di coscienza” verso quel “rompicapo” che Bufalino chiama la Sicilia, “echeggiando lo Sciascia per il quale “l’unica cosa che della Sicilia si capisce è che non si capisce niente”.
“Di qualunque argomento ragioni, il siciliano ragiona in effetti sempre della Sicilia e di sé dentro la Sicilia e della Sicilia dentro di sé” scrive Bufalino, stabilendo perciò il pendant con Sciascia nello stesso tempo in cui ne designa la diversità in ciò, che se lo scrittore frondeur di Racalmuto guardava la Sicilia in sé, egli che è un conteur de contaibles sceglie invece di guardare se stesso dentro la Sicilia, così suggerendo il discrimine tra l’éngagement postneorealista di Sciascia e il proprio mood postdecadentista.

