
C’è stato un tempo in cui la scuola era detta dell’obbligo, al di là delle prescrizioni di legge relative all’età, perché bisognava andarci nonostante le peggiori condizioni atmosferiche. In quel tempo sindaci e presidenti di Regione non venivano incriminati in presenza di allagamenti, tempeste, gelate, inondazioni e fenomeni oggi compresi nell’enfatica categoria dei “dissesti idrogeologici”. Ogni criticità climatica che comportasse anche danni materiali era ricondotta alla fatalità degli eventi naturali. Quella che una volta era perciò calamità oggi è diventata responsabilità, per modo che a ogni “allerta meteo”, giallo e peggio ancora rosso, vengono chiuse le scuole, oltre che gli uffici.
Di fronte alla prospettiva di dover nominare un avvocato per difendersi in tribunale, qualsiasi amministratore sceglie la strada della massima prudenza, senza correre il rischio legale di averne usata in eccesso. Le idiosincrasie del nostro sistema: se un sindaco favorisce lo “scuolafughismo” (neologismo nato in risposta all’aumento delle occasioni per marinare e bigiare) passa non per un mallevadore delle peggiori inclinazioni ma per un padre di famiglia comprensivo e altruista, oltre che per un idolo complice e compagnone, mentre se impone lo svolgimento degli orari scolastici risulta un incosciente burocrate in taccia di fascista.
A contribuire alla “presa di incoscienza” di ogni sindaco sono anche le app meteo che si mostrano sempre più pessimiste del necessario nella certezza di aumentare le visualizzazioni. Un sindaco che non tenga conto delle App in mano a tutti gli alunni e ai genitori si carica di una aggravante di colpa personale che certamente tende a risparmiarsi lasciando tutti a casa e facendo come, in una corsa tra campanili a chi arriva prima, fanno gli altri sindaci tutti lesti ad emettere l’ordinanza di chiusura, nel pieno e pronto consenso delle autorità scolastiche.
Tale atteggiamento collettivo, che unisce finalmente famiglie, insegnanti, amministratori pubblici e alunni in un lassismo compiaciuto e colpevole, produce soprattutto nei minori uno stato di apprensione stabilendo una inconscia equivalenza tra maltempo e pericolo incombente, dove molte volte il maltempo è solo cielo nuvoloso, vento e pioggerellina mentre il pericolo appare una minaccia fonte di ansia destinata a crescere. La conseguenza è di fare della scuola una maestra di pavidità, timidezza, viltà e ritrosia, entro il principio che la scuola non è anche sacrificio ma può essere rinuncia. Si è perso del tutto lo spirito di un libro che ha cullato l’intero Ottocento e buona parte del Novecento, Cuore di De Amicis, nato per le scuole e breviario di generazioni di italiani, dove gli alunni di campagna affrontavano la pioggia e il fango per essree in classe, mostrando coraggio, volontà, determinazione, fiducia in se stessi e negli altri. Oggi sono i genitori, gli insegnanti e i sindaci a formare ragazzi che hanno paura della pioggia e del vento, quegli stessi che dovrebbero temprarli alla vita com’è e insegnare loro che non si può avere paura delle nuvole.
Ricordo nella mia infanzia vissuta in un paesino di montagna compagni delle elementari che venivano dalle frazioni con gli stivali inzuppati avendo attraversato uno o più torrenti in piena. E nessuno si sognava di dire che per il maltempo era preferibile rimanere a casa. Sarebbe stato visto come un coniglio. Non ci rendevamo conto che a dieci anni eravamo uomini che non guardavano il cielo per andare a scuola. Oggi i nostri alunni gracilini e tenuti al caldo perché non prendano freddo e non si bagnino le scarpe sono quelli che un giorno faranno di tutto per evitare il servizio militare, si renderanno disertori in caso di chiamata forzata e si formeranno alla cultura dei mutamenti climatici, del surriscaldamento della Terra, della Natura ostile e cattiva, da temere e da combattere. Decade il principio spinoziano “Natura sive Deus” e si trovano ragioni per spiegare in questa chiave anche il crollo della fede religiosa.
