
Il signor Melfa fa sempre lo stesso lavoro: porta siciliani dalla Sicilia alla Sicilia, promettendo di sbarcarli in America. Ma allo Sciascia dell’antifrastico Lungo viaggio più dell’inganno importa un’illusione: che gli emigranti immaginino di essere davvero a Trenton e non a Santa Croce Camerina. Anche lui amava credersi a Parigi quanto più si radicava alla Noce di Racalmuto. Pervicace polemista, la sola notizia che non smentì fu quella apparsa nel risvolto dell’edizione francese del suo Candido, «vive oggi a Parigi», perché avrebbe di buon grado accettato nell’epitaffio di essere detto «parigino» (come Stendhal avrebbe voluto sulla tomba la parola «milanese» e Calvino immortalarsi «newyorkese»), parigino come i suoi conterranei agrigentini Navarro della Miraglia e Ezio d’Errico, che però a Parigi vissero davvero e vi inventarono ambienti e personaggi. O come soprattutto il catanese Antonio Aniante, francese per vocazione e ispirazione. Anche Vittorini amò credersi altrove: in un’America per raggiungere la quale preparò per anni un viaggio che sapeva di non volere fare; e si tenne perciò legato all’albero maestro della sua Sicilia mitica per resistere al richiamo della terra, più mitica ancora, delle sirene oltreoceano.
Non è vero che i siciliani nascono assuefatti a fuggire. Lo disse Vittorini, che si smentì: scappò nottetempo ma non fece sempre che tornare, per scriverne, nel suo paradiso d’Armida tra Siracusa e Scicli, dando ragione a Thomas Bernhard, secondo il quale per tutta la vita si ritorna sempre nello stesso paese. C’è chi vi è radicato: Gesualdo Bufalino, il meno ulisside degli scrittori siciliani, sogna nel Dialogo tra un viaggiatore e un sedentario di essere agli antipodi di Alibi, cioè in nessun posto, un Nullibi che equivale a un Altrove; e indica tra chi parte e resta la terza via di chi «parte soltanto se sa di tornare», percorsa dai siciliani di scoglio e non di mare aperto, secondo le categorie di Vittorio Nisticò: siciliani-ostrica, attaccati allo scoglio, nella visione verghiana. Nell’Orazione funebre per Verga, Pirandello disse di lui che era «un siciliano triste, come tutti i siciliani, che hanno un’istintiva paura della vita oltre il breve ambito del covo», tant’è che Sciascia – racconta Camilleri – costretto a Parigi a letto da un’influenza, si sentiva «iettatu», gettato.
Si va dunque per tornare. Giovanni Percolla torna da Roma a Catania e, seppure nel cervello gli sia entrato «il verme dei viaggi», finisce per rimanerci placido e assopito. Come lo stesso Brancati, che nel ’34 pubblica Singolare avventura di viaggio e lo stesso anno – singolarmente, inaspettatamente – torna in Sicilia dove comincia a scrivere di una comitiva di catanesi che, vagheggiando una residenza a Roma, negli anni perduti di una Catania in sonno, costruiscono un torre in guisa di testa di ponte che crolla sul loro sogno di avventura. Torna per una conversazione-conversione in Sicilia anche Silvestro in figura di Anteo nella terra delle madri: ancora dunque Vittorini, che dà conto delle sue «dieci fughe da casa e dalla Sicilia», l’ultima delle quali, definitiva e prossemica, dopo una notte all’aperto nel teatro greco di Siracusa con Rosa Quasimodo e il fratello Salvatore, anch’egli iscritto nella lista degli «esuli involontari» dalla «terra impareggiabile» (proscritto consenziente o smanioso evaso che dove «finita è la terra» si fa una prigione «con fatica e con sangue») cui, se «aspro è l’esilio», il lenimento arriva dall’andirivieni sulla macchina della memoria.
Chi parte, se non si chiude in una sua prigione, incontra la morte come Bastianazzo di padron ‘Ntoni, naufrago suppergiù nello stesso mare dove l’ansia di ritorno di ‘Ndrja Cambria si spegne ominosa nelle acque di una fetida orca assassina. Non c’è scrittore siciliano che non divida il destino del viaggiatore nicciano che, con al fianco la sua ombra, segue un itinerario metafora dell’attesa della morte. Vittorini gli ha dato un nome: zio Agrippa, messo in viaggio sempre in treno dal Nord al Sud dell’Italia alla ricerca della figlia fuggita di casa finché, dimentico del motivo per cui risale e ridiscende il Paese, fa del viaggio il suo definitivo ed esiziale modo di vivere.
È il vittoriniano treno di fumo dei percorsi infiniti, fischi inenarrabili nella notte e lunghe soste alle bocche delle gallerie, l’insostituibile ippogrifo degli scrittori siciliani: oltre lo Stretto le distanze vanno colmate in treno, senza l’effetto di sradicamenti subitanei; ma dentro «l’isola dai tre angoli» la macchina sostituisce il treno e Bufalino può percorrerla in una notte di luna all’inseguimento di una donna in fuga, mentre Ercole Patti se ne serve per giteggiare con amici alla riscoperta di luoghi della memoria e Vittorini la corre in cerca di inquadrature per la sua edizione illustrata delle Città del mondo, punti cardinali di una Sicilia dove locomotore diventa il carro quando, in una ascesi primitivistica, non si cammini invece a piedi come pastori erranti, richiamati al centro dell’isola da ogni antipode.
A piedi si muove anche, casa per casa, il luponario di Consolo, che nei suoi viaggi nella Sicilia immota, preso il posto di Vittorini «di là dal faro» per non essere «imprigionato nella forma di quello che resta in Sicilia», immagina lo spazio un luogo della mente ogni ritorno nel quale è un’apparizione: la sua, smaterializzatosi che si sia nella antitetica e apotropaica Milano.
I siciliani se ne vanno dunque in treno, che «corre – dice Consolo – per la terra delle madri ruvide», perché sul treno, solo sul treno, è possibile misurare il tempo e lo spazio, anche quello interiore, come succede al consoliano insegnante di disegno emigrato a Monza: «Un giorno ero triste sul treno e me ne stavo a testa china a pensare. Sentii che qualcuno mi guardava. Era una bambina con grandi occhi neri che subito mi fece un sorriso, come per rincuorarmi». L’emigrato siciliano oltre lo Scill’ecariddi diventa un pellegrino che è stato nomade in Sicilia: sa che tornerà. Come Zio Agrippa, fermo nel corridoio sul treno a guardare atarassico il paesaggio che gli scorre e gli cambia davanti: «Attraverso il deserto gli uomini sono viaggiatori e allo stesso modo sul nostro altipiano la gente è nomade, passa avanti e indietro dal Sud diretta al Nord e da nord a sud in lunghi treni dai quali guarda, stando in piedi tre giorni e quattro di seguito, cinque di seguito, che cosa sia questa terra ovunque uguale che lega insieme, chiamandosi Italia, luoghi così diversi l’uno dall’altro».
La terra sempre uguale è per i siciliani la Sicilia, che ogni scrittore si porta con sé e non discorre che di essa. Il milanese Verga e il romano Pirandello scrivevano agli amici perché li rifornissero di nuovi proverbi e modi di dire del patrimonio siciliano; Consolo faceva da sempre la spola, cittadino sempre provvisorio di una Milano soterica e banausica, irrequieto e inappagato periegeta di una Sicilia di pietra e olivastri; D’Arrigo dimorava nella costa ragusana, lontano da Roma, per scoprire ambiti utili al suo irrealizzato romanzo marino; Camilleri vi tornava a ogni occasione per farsi raccontare storie da Montalbano e rianimare regesti di storia; il ciociaro Bonaviri ritornava con frenetica frequenza sulle alture mineote di Camuti, rifacendosi bambino e risvegliando continuamente il mito dell’infanzia e della stradalunga: nel suo elegiaco Vicolo blu monta un incipit che attrezza un viaggio di pochi lunghissimi e bucolici chilometri: «Partivamo quando l’aurora nasceva con un color di rosa tra i fichidindia». Bonaviri rievocava Ercole Patti che lasciava Roma per ritrovare la sua casa di Pozzillo e vederla decrepitare con lui: perché le case invecchiano e aiutano a scrivere un diario naturale che parte dal presente per andare indietro nel tempo.
Per gli scrittori siciliani partire non è morire, ma rinascere, nell’idea di un ricominciamento che integra una diaspora concepita come sdoppiamento di sé: essere per sempre lontani e sentirsi sempre a casa. Un giorno, da solo al Cairo, Andrea Camilleri disse alla moglie che gli telefonò preoccupata per la lontananza: «Mi sento a casa». Qualsiasi cosa guardino, non vedono che la Sicilia.
Testo rielaborato da “Maschere siciliane”, Aragno 2007
